Energia al di là e al di qua delle Alpi – Discorso di Paolo Scaroni

Meeting Comunione e Liberazione, Rimini, 24 agosto 2006

L’età del petrolio sta davvero volgendo al termine? Perché il prezzo è così alto?
Il numero uno di Eni Paolo Scaroni mostra ottimismo e ridimensiona gli allarmismi.
Per il nostro futuro, però, sono necessari l’utilizzo efficiente e razionale dell’energia e maggiori investimenti nella ricerca e nella tecnologia.

“Buon pomeriggio a tutti,

come potete immaginare, con il lavoro che faccio, di questi tempi non mi si parla d’altro che di petrolio. Anche nei giorni scorsi, in vacanza, venivo avvicinato da amici, ma anche da semplici curiosi, che, preoccupati dei prezzi record della benzina, mi tempestavano di domande: l’era del petrolio sta volgendo al termine? O sono i paesi produttori che approfittano della instabilità politica internazionale per speculare a scapito del consumatore? Oppure, è la Cina che, con la sua crescita vertiginosa, assorbe quantità crescenti di energia facendo schizzare verso l’alto il prezzo del greggio?

Voglio approfittare di quest’opportunità che mi date di essere qui, tra di voi, per cercare di rispondere a queste domande ed anche per parlare di risorse, di risorse scarse e dell’uso che ne fa l’uomo. L’uomo, che vive la ragione come apertura alla realtà e guarda alle risorse come ad un bene che gli è stato affidato e di cui deve rendere conto.
Partiamo dalla domanda più frequente: ma di petrolio ce n’è ancora sotto terra? Oppure l’era degli idrocarburi fossili sta finendo e i prezzi che vediamo oggi segnalano proprio l’avvicinarsi della fine?
Vi dico subito che di petrolio nel mondo ce n’è. Ed anche tanto.

Attualmente, il nostro pianeta dispone di riserve cosiddette “certe” per oltre mille miliardi di barili. Queste riserve certe sono più di tutto il petrolio che è stato consumato dall’inizio dell’era petrolifera dalla seconda metà dell’800 fino ad oggi.

Ma per capire quanto petrolio ci rimane, alle riserve certe, dobbiamo aggiungere le riserve “probabili” e quelle “possibili”.
In totale ci sono sotto terra almeno altri 5 mila miliardi di barili. Di che soddisfare i consumi del mondo per i prossimi 70 anni.
Ma se di petrolio ce n’è tanto, perché i prezzi sono alle stelle?

  • La risposta a questa domanda è che per molti anni il prezzo del petrolio è stato basso, troppo basso. Dal 1986 al 2001, il prezzo medio del greggio è stato di 18 $ al barile. Nello stesso arco di tempo, ha subito due veri e propri collassi – nel 1986 e nel 1998 scendendo persino sotto i 10 $.
  • In quegli anni, con quei prezzi, i Paesi Produttori e le Compagnie Petrolifere non avevano né l’interesse né i mezzi finanziari per investire nell’esplorazione di nuovi giacimenti, nello sviluppo di quelli già scoperti, in nuove raffinerie ed in tutte quelle infrastrutture indispensabili per fare arrivare al consumatore i prodotti raffinati come benzina e gasolio.
  • • Quindi, mentre di petrolio sotto terra ce n’è in abbondanza, la capacità di estrarlo, trasportarlo e raffinarlo non ha tenuto il passo con la crescita della domanda. In questo momento, la capacità di estrarre petrolio in eccesso che non deve essere utilizzata per far fronte alla domanda è appena il 2%. In questa situazione di tensione è ovvio che ogni stop alla produzione, sia che si tratti di quello causato l’anno scorso dall’uragano Katrina nel Golfo del Messico oppure quest’anno dai sabotaggi della guerriglia in Nigeria, produca un’impennata dei prezzi del barile. L’impennata viene poi amplificata dai milioni di “barili di carta” che la speculazione internazionale compra e vende ogni giorno cercando di anticipare la fluttuazione dei prezzi del petrolio vero.
  • Va detto che quanto sta succedendo, petrolio ai massimi storici e minacce alla sicurezza degli approvvigionamenti, si poteva evitare. Già nella prima metà degli anni 90, quando il petrolio oscillava intorno ai 15 $ al barile, l’OPEC invocava un dialogo con l’Occidente per spingere il petrolio ad un prezzo più alto, almeno 20$ che permettesse ai Paesi Produttori di investire nello sviluppo dei giacimenti. Questa richiesta non trovò ascolto. I paesi industrializzati pagano oggi con gli interessi la bonanza del tanto petrolio a buon mercato di quegli anni.

Il caro-greggio non è quindi dovuto ad una scarsità della materia prima. E’ piuttosto, il prezzo che paghiamo per la nostra miopia negli anni 90.
Tra l’altro non sono i paesi produttori i principali responsabili degli alti prezzi che paghiamo alla pompa.
Il barile, il cui prezzo in questi giorni oscilla intorno ai 70 dollari, quando andiamo a fare il pieno lo paghiamo più di 200 $. La maggior parte del prezzo dei carburanti in Italia ed in Europa sono tasse. Ed infatti quando i paesi produttori vengono colpevolizzati dai governi occidentali per gli aumenti del prezzo del greggio si difendono dicendo non senza ragione: abbassate voi le tasse se volete proteggere il consumatore.
E poi chi l’ha detto che, a 70 dollari al barile, il petrolio è caro?
La realtà è che ci siamo abituati a pagare poco risorse preziose come il petrolio, il gas ed anche l’acqua, neanche ci appartenessero per diritto divino.
Certo ai prezzi attuali il petrolio ci sembra caro. Ma se vi venisse in mente di comprare un barile di coca-cola o di aranciata lo paghereste più del doppio.
Il paradosso è che ci lamentiamo per i prezzi alti del petrolio, ma continuiamo imperterriti a perseguire comportamenti e politiche energetiche assolutamente folli.
A rigor di logica, a fronte degli aumenti che si susseguono dal 2001, oggi il petrolio costa 4 volte di più che 5 anni fa, il consumatore avrebbe dovuto modificare i suoi comportamenti. Anche la politica sarebbe dovuta intervenire sulla domanda, scoraggiando sprechi e consumi eccessivi. Su questo terreno, i grandi consumatori, Stati Uniti ed Europa in testa, hanno fatto poco o niente.
Negli Stati Uniti la domanda di petrolio non ha fatto che crescere anno dopo anno.
Mode e stili di vita irrazionali hanno spinto all’insù i consumi di benzina. Metà dei 17 milioni di automobili vendute negli Stati Uniti ogni anno sono SUV, gipponi che percorrono solamente 4 o 5 chilometri con un litro di benzina, mostri inefficienti, inutili ed inquinanti.
Anche per questa ragione gli americani sono i più voraci consumatori di petrolio al mondo. Ogni americano brucia 26 barili di petrolio all’anno contro i 12 dell’ europeo, i 2 del cinese. L’indiano è in coda alla classifica con meno di 1 barile all’anno.

E se individualmente cinesi ed indiani non possono certo dirsi grandi consumatori di petrolio, anche collettivamente consumano poco. Nonostante la crescita vertiginosa degli ultimi anni, la Cina rappresenta ancora meno dell’8% della domanda petrolifera globale. Anche se continuasse a crescere a questo ritmo, il suo impatto sul mercato del petrolio sarebbe contenuto, almeno nel medio periodo.
Una politica mondiale delle risorse basata sulla ragione dovrebbe, attraverso l’educazione e senza ledere le scelte personali, spingere verso un uso più efficiente del petrolio nei paesi industrializzati, piuttosto che colpevolizzare la crescita impetuosa dell’economia cinese o i Paesi produttori di petrolio.
Al contrario, con i Paesi del petrolio, giustamente protesi verso uno sviluppo economico accelerato, bisogna saper costruire nuove alleanze. Noi abbiamo tecnologie, competenze, capacità di gestione. Loro l’energia che muove il mondo. Dobbiamo essere capaci di promuovere alleanze intorno allo sviluppo di progetti integrati sul loro territorio al servizio dei loro obbiettivi di strategia paese. Per noi di Eni, che da sempre, dai tempi di Mattei, sviluppiamo modelli di cooperazione innovativi e solidali tutto questo non è una novità.
Ed è anche importante che questo nostro sforzo di cooperazione sia accompagnato dall’azione della nostra politica estera. Proprio come stiamo facendo ora per il processo di pacificazione in Libano.
E se vogliamo che l’economia globale continui a crescere, migliorando condizioni e durata di vita di centinaia di milioni di abitanti del nostro pianeta, finora esclusi dalla civiltà del benessere, abbiamo bisogno di energia. Tanta e ad un costo sostenibile per tutti, ma soprattutto per quei paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina che non hanno petrolio e che, loro si, patiscono davvero il barile alle stelle sul cui prezzo tanto pesa il consumo irrazionale del cittadino occidentale.

E poi, lo dicevamo prima, le riserve di idrocarburi coprono solo i nostri consumi dei prossimi 70 anni. Questo vuol dire che, continuando così, i figli di molti di voi, in questa sala, vivranno in un mondo senza petrolio. Per fortuna non mancano le risposte della scienza e della tecnologia a questo problema:
le rinnovabili, innanzitutto: eolico, solare, geotermico, biomasse. Con le tecnologie attuali, queste fonti rappresentano ancora troppo poco per incidere sulle dinamiche del mercato dell’ energia. Ma nei prossimi 30/40 anni, continuando ad investire in innovazione, il loro contributo al consumo energetico mondiale diventerà significativo.
Ci sono poi i biocarburanti, idrocarburi vegetali prodotti soprattutto da canna da zucchero e olio di palma. Nuove tecnologie consentono a grandi paesi tropicali come Brasile ed Indonesia di sostituire in quantità crescente con questi carburanti vegetali gli idrocarburi fossili.
Dobbiamo soprattutto continuare ad investire sia nella ricerca per produrre idrogeno da carbone, sequestrando la CO2, sia in quella per un nucleare a bassa produzione di scorie. Carbone ed uranio sono risorse abbondanti nel nostro pianeta e potranno realizzare il sogno di fornire energia a basso costo per molte generazioni.
Mentre scienza e tecnologia costruiscono il futuro energetico dell’umanità, la sfida è prolungare l’era degli idrocarburi fossili. Per farlo dobbiamo investire con convinzione sull’unica fonte di energia alternativa che può avere un impatto formidabile sul mercato del petrolio: l’uso efficiente e razionale dell’ energia.
Voglio farvi un esempio di quanto grande è il potenziale di riduzione dello spreco.
Il parco automobilistico americano marcia, in media, 7 km con un litro di carburante. Quello europeo, dove qualche cosa si è fatto in tema di efficienza dei consumi, percorre in media 13km con un litro. Se, senza divieti limitativi delle libertà personali, si convincesse il consumatore americano ad acquistare automobili efficienti quanto quelle europee, si risparmierebbero 4 milioni di barili di petrolio al giorno e cioè l’intera produzione dell’Iran, il terzo esportatore mondiale di petrolio.

Ma perché bisogna accontentarsi di un parco macchine che fa 13 km con un litro? Anche l’Europa non è poi così virtuosa. Esistono oggi auto confortevoli che fanno più di 20 km con un litro. E allora se tutte le automobili di Europa, Stati Uniti, Canada, Australia e Giappone, insomma di tutti i paesi ricchi grandi consumatori di petrolio, facessero in media 20 km con un litro, si risparmierebbero più di 10 milioni di barili al giorno, cioè tutta la produzione del primo produttore al mondo, l’Arabia Saudita e, per inciso, più di tutto il consumo di Cina e India messe assieme.
Questo sarebbe un risultato formidabile che sconvolgerebbe il mercato del petrolio facendone scendere precipitosamente il prezzo.
Ma questa dei “mostri della strada” che sprecano una risorsa preziosa del nostro pianeta è sono solo una delle follie del nostro mondo. Ecco ne un’altra. Guardiamo di nuovo al Nord America ed all’uso che lì si fa del riscaldamento e del condizionamento. Non ho mai capito perché, negli Stati Uniti, d’inverno le case debbano essere surriscaldate e si deve stare in maglietta, mentre, d’estate serve il cappotto per sopravvivere in uffici e ristoranti con temperature glaciali. Tutto ciò comporta consumi energetici per riscaldamento e condizionamento del 30% più elevati di quelli europei.

Pensate. Se il mondo industrializzato avesse un parco auto efficiente e se gli americani fossero disposti ad adeguare il loro stile di vita in termini di riscaldamento e di condizionamento agli standard Europei, si risparmierebbero 15 milioni di barili al giorno quasi il 20% del consumo mondiale di petrolio, prolungando di almeno 20 anni l’era degli idrocarburi fossili.
L’uso razionale delle risorse del pianeta delle quali non siamo proprietari, ma solo custodi, è un percorso ineludibile per la nostra generazione e soprattutto per aziende leader come ENI. Lo spreco insito nei comportamenti dei cittadini dei Paesi ricchi amplia la distanza tra un Occidente opulento ed il resto del mondo. Una divaricazione che non possiamo consentire, per ragioni etiche, ma anche per l’instabilità che provoca. Chiudere questo gap è un’opportunità per rafforzare i Paesi meno sviluppati e renderli parte dell’economia globale, aiutandoli ad evitare gli errori che abbiamo commesso noi nell’uso della risorsa energia.
Se prendiamo conoscenza di tutto ciò, e, se sapremo modificare il nostro comportamento individuale in modo razionale, arriveremo al tempo in cui il petrolio potrà non essere più la fonte energetica primaria perché sarà rimpiazzato da altre risorse. E anche le compagnie petrolifere, quelle che vedono nel cambiamento un’opportunità per crescere ed innovare, potranno soddisfare i fabbisogni energetici del nostro pianeta in modo equilibrato e sostenibile continuando a creare valore per i loro azionisti. Su questo terreno, Eni vuole essere in prima linea. Lo vogliamo per ragioni di efficacia economica, ma anche per la responsabilità che portiamo di fronte a coloro che verranno dopo di noi.
Questa è la nostra sfida per il futuro.”

Paolo Scaroni, Amministratore Delegato Eni

Vedi il video del discorso di Paolo Scaroni – su www.eni.it