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  <title>Eventi ENI: Incontri</title>
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  <updated>2009-07-02T14:42:05Z</updated>
  <subtitle>Approfondimenti e discorsi di Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni S.p.A.</subtitle>
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  <title>Premio Nazionale per l&apos;Innovazione al Centro Ricerca Eni - Donegani</title>
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  <published>2009-06-09T14:38:24Z</published>
  <updated>2009-07-02T14:42:05Z</updated>
    
  <summary>Premio Nazionale per l&apos;Innovazione al Centro Ricerca Eni - Donegani</summary>
  <author>
    <name>Eni</name>
    
  </author>
  
  
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    <![CDATA[Il Premio 2009 è stato consegnato al Quirinale a Riccardo Po', dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, lunedì 8 giugno.<br>
Il Centro di Ricerca eni Donegani è stato premiato nel settore Industria e Servizi, Grandi Gruppi, per il brevetto di nuovi polimeri grazie al quale è possibile realizzare celle fotovoltaiche innovative in grado di convertire in energia elettrica anche la radiazione solare a più elevata lunghezza d'onda.
<br>
<br>
<a class="dx_frec_arancio" href="http://www.eni.it/it_IT/sostenibilita/pagine-snodo/premio-nazionale-innovazione.shtml">Premio Nazionale per l'Innovazione al Centro Ricerca Eni - Donegani - su www.eni.it</a>

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  <title>Eni e la Russia – Intervento di Roberto Poli, Presidente Eni</title>
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  <published>2007-03-13T14:00:34Z</published>
  <updated>2007-03-13T17:07:35Z</updated>
    
  <summary>Eni e la Russia, Intervento di Roberto Poli, Presidente Eni.</summary>
  <author>
    <name>Eni</name>
    
  </author>
  
  
  <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.eventi-eni.it/incontri/">
    <![CDATA[<strong>Evoluzione dei rapporti tra la nostra compagnia petrolifera e la Russia, in un contesto internazionale profondamente mutato<br />
Roma, Foro di dialogo italo – russo, 13 marzo 2007</strong>
<p>Signore e signori,<br />
  è per me un onore avere la possibilità di intervenire di fronte ad una platea 
così autorevole e in un&#8217;occasione così importante come questo Forum tra Italia e 
Russia. </p>
<p>I rapporti tra Eni e la Russia raccontano una storia di oltre 50 anni di 
collaborazione e di successi ed è da questa storia che vorrei partire per darvi 
un&#8217;idea delle solide fondamenta sui cui oggi stiamo costruendo la nostra futura 
cooperazione. I cardini di questo rapporto sono da rintracciare:</p>
<ul>
	<li><i>nei primi accordi tra Eni e Russia degli anni &#8217;50, fortemente voluti 
	da Enrico Mattei, il fondatore di Eni,</i></li>
	<li><i>nello sviluppo delle forniture di gas negli anni &#8217;70 &#8211; che aprì il 
	capitolo dell&#8217;internazionalizzazione del mercato europeo del gas, e </i>
	</li>
	<li><i>nell&#8217;avvio di iniziative congiunte verso paesi terzi tra Eni e 
	Gazprom, alla fine degli anni &#8217;90.</i></li>
</ul>
]]>
    <![CDATA[<p>In una fase storica come quella degli anni &#8217;50 &#8211; gli anni della Guerra Fredda 
&#8211; Mattei diede inizio ad un complesso negoziato con la controparte russa, che 
condusse alla firma dei primi accordi commerciali per lo scambio tra petrolio 
sovietico e merci italiane &#8211; <i>non solo la gomma sintetica prodotta da Anic ma 
anche tonnellate di tubi di acciaio, pompe, saracinesche e compressori per 
oleodotti</i>.</p>
<p>Dieci anni più tardi, alla fine degli anni &#8217;60, la collaborazione si 
arricchisce di un secondo, fondamentale pilastro: la costruzione dei gasdotti 
internazionali per l&#8217;importazione del gas naturale russo. Le prime forniture 
giunsero in Italia nel 1974 &#8211; attraverso il gasdotto TAG costruito da Eni sul 
suolo austriaco in collaborazione con OMV.</p>
<p>In seguito, nel &#8217;76, poi nell&#8217; &#8217;86 e infine nel &#8217;96, furono siglati altri 
contratti che oggi ci consentono di importare dalla Russia circa 21 miliardi di 
metri cubi all&#8217;anno. Il recente rinnovo dei contratti ha esteso i termini delle 
consegne fino al 2035. Negli ultimi 50 anni, Eni ha importato dalla Russia circa 
240 milioni di tonnellate di petrolio (<i>quasi 1,8 miliardi di barili</i>) e 
400 miliardi di metri cubi di gas. </p>
<p>Parallelamente, tra gli anni &#8217;70 e gli anni &#8217;80 la collaborazione fra Eni e 
Russia si estese al settore delle infrastrutture energetiche in Russia, 
attraverso la fornitura di stazioni di compressione, condotte per il trasporto 
di gas, impianti chimici e petrolchimici. </p>
<p>Alla fine degli anni &#8217;90, proprio nel momento di maggiore instabilità 
finanziaria e di criticità per la Russia, Eni e Gazprom firmarono un accordo di 
alleanza strategica per lo sviluppo di attività congiunte in Paesi terzi, che si 
concretizzò con la realizzazione del gasdotto Blue Stream, tra Russia e Turchia. </p>
<p>Realizzato dalla Saipem in soli tre anni e mezzo, il Blue Stream rappresenta 
uno dei progetti tecnologicamente più avanzati al mondo nel settore del 
trasporto del gas naturale &#8211; le sue condotte sono state posate alla profondità 
record di 2150 metri, su un fondale marino molto irregolare e in presenza di 
sostanze particolarmente corrosive.</p>
<p>E&#8217; su questa base consolidata di successi industriali e rapporti di fiducia 
che intendiamo proseguire il futuro cammino di collaborazione.</p>
<p>Siamo entrati oggi in una nuova fase, che vede profondamente mutato il 
contesto energetico mondiale e i rapporti tra paesi produttori e compagnie 
petrolifere internazionali. Ed è a questi temi che vorrei dedicare l&#8217;ultima 
parte del mio intervento. </p>
<p>L&#8217;elemento centrale della crisi globale che stiamo vivendo è da ricercare in 
quasi due decenni di scarsi investimenti sia nel settore del petrolio sia in 
quello del gas naturale.</p>
<p>Infatti, l&#8217;abbondanza di petrolio e gas e i loro prezzi relativamente bassi 
hanno scoraggiato gli investimenti in esplorazione e sviluppo, favorendo al 
tempo stesso un boom dei consumi di idrocarburi, trainato dal un forte sviluppo 
di Cina e India.</p>
<p>In altri termini, l&#8217;offerta di petrolio e gas è risultata stretta proprio 
mentre la domanda di entrambi cresceva. Ciò ha determinato una forte spinta al 
rialzo dei prezzi, portando le quotazioni del greggio di riferimento al di sopra 
dei 70 $/bl, anche a causa dell&#8217;instabilità politica e delle continue azioni di 
guerriglia in importanti paesi produttori. </p>
<p>Grazie ai prezzi alti degli idrocarburi, gli investimenti sono ripresi in 
modo massiccio a livello mondiale. Molti grandi paesi produttori hanno lanciato 
ambiziosi programmi di sviluppo delle loro risorse energetiche, affidando un 
ruolo sempre più forte alle compagnie nazionali che, rispetto al passato, sono 
maggiormente autonome nel finanziare e gestire le attività di produzione e 
commercializzazione degli idrocarburi. </p>
<p>D&#8217;altro canto, le compagnie internazionali, limitate nella possibilità di 
accesso alle risorse e costrette a competere con le compagnie nazionali, da un 
lato si lanciano alla conquista delle nuove frontiere della ricerca petrolifera, 
dall&#8217;altro si propongono ai paesi produttori in veste di partner strategici. </p>
<p>Noi di Eni siamo pienamente consapevoli di questa nuova realtà, e siamo 
convinti che sia necessario offrire progetti a elevato valore aggiunto ai grandi 
paesi produttori e in particolare alla Russia, visti i consolidati rapporti e 
l&#8217;importanza strategica che il Paese riveste come fornitore di gas, sia per 
l&#8217;Italia, che per l&#8217;Europa. </p>
<p>Gazprom, Rosneft, Lukoil e tutte le imprese russe hanno interesse a 
espandersi al di fuori dei confini nazionali, ad entrare nei mercati finali, in 
particolare europei, ma hanno anche il problema di incrementare la loro capacità 
di offerta, per soddisfare una domanda che cresce non solo esternamente, a ovest 
come a est, ma anche sul mercato domestico. Assicurare le forniture richiederà 
investimenti lungo tutta la catena del valore dallo sviluppo dei giacimenti, 
alla realizzazione delle infrastrutture di trasporto e al potenziamento della 
capacità di esportazione, fino al rinnovo del parco di generazione elettrica e 
all&#8217;<i>upgrading</i> del sistema di raffinazione.</p>
<p>Su tutti questi temi possiamo offrire molto ai nostri partner, mettendo in 
campo la nostra esperienza operativa e tecnologica.</p>
<p>Eni è infatti tra i maggiori esperti al mondo nella realizzazione e gestione 
di sistemi integrati per il gas naturale; siamo pronti a impiegare le nostre 
competenze in progetti di ammodernamento e potenziamento delle dorsali russe di 
trasporto del gas verso l&#8217;Europa, e nella valorizzazione del gas remoto 
attraverso impianti di liquefazione. </p>
<p>Non solo. Eni possiede tecnologie avanzate di estrazione e produzione di 
idrocarburi, ma soprattutto di conversione totale del barile di greggio &#8211; mi 
riferisco alla nostra tecnologia EST, <i>Eni Slurry Technology</i> &#8211; che 
potrebbe avere applicazioni straordinarie nel campo dei greggi extra-pesanti e 
non convenzionali, risorse abbondanti in Russia (<i>circa 260 mld bl</i>) e 
ancora poco esplorate. </p>
<p>Al contempo, potremmo sviluppare progetti congiunti con le società oil&amp;gas 
russe nel settore energetico europeo, aiutandole nella loro strategia di 
espansione lungo la catena del valore fino al cliente finale &#8211; razionale questo 
che ha ispirato il recente accordo tra Eni e Gazprom per l&#8217;accesso al mercato 
italiano del gas. </p>
<p>Vorrei chiudere con una breve considerazione di ordine geopolitico ed 
economico più generale.</p>
<p>Negli ultimi anni, in alcune parti dell&#8217;occidente si sono alimentati timori 
verso una supposta aggressività della Russia e delle sue società energetiche. Io 
vorrei dare un messaggio di serenità e offrirvi alcuni spunti di riflessione in 
merito:</p>
<ol type="i">
	<li><i>i paesi consumatori hanno sempre rilegato i paesi produttori al ruolo 
	di meri fornitori di energia, abbondante e a prezzi contenuti. Ciò non solo 
	è sbagliato ma è contrario al principio di reciprocità per cui anche loro 
	aspirano a valorizzare al meglio le loro risorse e espandere la loro 
	presenza al livello globale;</i></li>
	<li><i>inoltre, senza comprendere i bisogni e le aspettative degli altri 
	sarà impossibile gestire la complessità del mondo che abbiamo di fronte. Il 
	rispetto per la diversità e le esigenze delle nostre controparti è da sempre 
	un pillastro del codice genetico dell&#8217;Eni.</i></li>
</ol>
<p>La solida base di relazioni costruita con le compagnie russe consente a noi 
di contare sulla loro affidabilità e, al tempo stesso, offre loro la possibilità 
di sceglierci come partner privilegiati nel cammino verso lo sviluppo economico.<br />
</p>
]]>
  </content>
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<entry>
  <title>&quot;Energy Security and Italian Foreign Policy: the European Perspective&quot; – Discorso di Paolo Scaroni alla Farnesina</title>
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  <published>2007-02-13T08:00:42Z</published>
  <updated>2007-02-15T15:03:39Z</updated>
    
  <summary>Intervento  Palo Scaroni, AD Eni, al &apos;Energy Security and Italian  Foreign Policy: the European Perspective&apos;.</summary>
  <author>
    <name>Eni</name>
    
  </author>
  
  
  <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.eventi-eni.it/incontri/">
    <![CDATA[<strong>Roma, 13 febbraio 2007</strong><br /><br />
Paolo Scaroni alla presentazione del <strong>XX Congresso mondiale dell’Energia</strong> affronta il tema degli approvvigionamenti di idrocarburi.<br />
“La sicurezza degli approvvigionamenti energetici è un tema che interessa tutti noi: governi, industria e consumatori, poiché tutti facciamo affidamento su una fornitura costante di energia.
Quando parliamo di sicurezza degli approvvigionamenti, la prima domanda da porsi è: siamo preoccupati per il petrolio oppure per il gas? Negli ultimi anni le due questioni hanno finito per essere confuse in un unico grande allarme energetico.<br />
Ma la verità è che esistono profonde differenze tra il settore petrolifero e quello del gas.
Per quanto riguarda il petrolio, i prezzi relativamente elevati che abbiamo visto sono semplicemente l’evidenza di un mercato ciclico.<br />
Per il gas, invece, la sicurezza degli approvvigionamenti è un argomento più complesso. 
Il primo problema riguarda l’aumento del consumo. I bassi prezzi del gas che abbiamo sperimentato negli anni novanta, uniti ad una maggiore attenzione all’ambiente, hanno infatti fatto crescere il consumo mondiale di gas di circa il 3% l’anno negli ultimi dieci anni – quasi il doppio della crescita nel mercato del petrolio. Oggi il gas è il combustibile principale per la generazione di energia in tutto il mondo. <br />
Chiaramente, questa “corsa al gas” ha spremuto le riserve e alzato i prezzi.<br />
Considerando questa crescita della domanda, e la diminuzione della produzione propria, si stima che le importazioni di gas in Europa dovranno aumentare di circa 200 bcm entro il 2014.<br />
Dove troveremo tutto questo gas?”
]]>
    <![CDATA[<p><strong>Energy Security and Italian  Foreign Policy: the European Perspective</p>
<p>Intervento  Palo Scaroni, AD Eni</strong></p>
<p><em>Marted&igrave; 13 febbraio 2007</em></p>
<p>Buongiorno  a tutti.</p>
<p>La  sicurezza degli approvvigionamenti energetici &egrave; un tema che interessa tutti  noi: governi, industria e consumatori, poich&eacute; tutti facciamo affidamento su una  fornitura costante di energia.</p>
<p>Oggi  vorrei parlarvi delle circostanze che minano la nostra sicurezza energetica, e  di come possiamo mitigare i rischi che corriamo.</p>
<p>Quando  parliamo di sicurezza degli approvvigionamenti, la prima domanda da porsi &egrave;:  siamo preoccupati per il petrolio oppure per il gas? Negli ultimi anni le due  questioni hanno finito per essere confuse in un unico grande allarme  energetico.</p>
<p>Ma  la verit&agrave; &egrave; che esistono profonde differenze tra il settore petrolifero e quello  del gas.</p>
<p>Per quanto riguarda il  petrolio, i prezzi relativamente elevati che abbiamo visto sono semplicemente l&rsquo;evidenza  di un mercato ciclico. Sono una conseguenza diretta dei prezzi ridotti che  abbiamo osservato negli anni novanta, prezzi cos&igrave; bassi che hanno scoraggiato  gli investimenti in produzione e raffinazione.</p>
<p>Ora, il ciclo sta girando  nella direzione opposta, con un rallentamento della domanda e un boom negli investimenti.  Infatti, il prezzo del petrolio &egrave; gi&agrave; sceso rispetto ai picchi del 2006.</p>
<p>Nel mercato del petrolio il  problema non &egrave; quindi la sicurezza degli approvvigionamenti. E&rsquo; semplicemente  una questione di prezzo, che aumenta e diminuisce ciclicamente come &egrave; sempre  accaduto.</p>
<p>Tornando al gas, tuttavia, la  sicurezza degli approvvigionamenti &egrave; un argomento pi&ugrave; complesso. </p>
<p>Il  primo problema riguarda l&rsquo;aumento del consumo. I bassi prezzi del gas che  abbiamo sperimentato negli anni novanta, uniti ad una maggiore attenzione  all&rsquo;ambiente, hanno infatti fatto crescere il consumo mondiale di gas di circa  il 3% l&rsquo;anno negli ultimi dieci anni &ndash; quasi il doppio della crescita nel  mercato del petrolio. </p>
<p>Oggi il gas &egrave; il combustibile  principale per la generazione di energia in tutto il mondo. </p>
<p>Chiaramente,  questa &ldquo;corsa al gas&rdquo; ha spremuto le riserve e alzato i prezzi.</p>
<p>Nel  1998, il prezzo del gas nel Regno Unito era di circa 2 $/MBtu. Nel dicembre del  2005, il prezzo medio era salito addirittura a 15 $/MBtu. Persino oggi, quando  l&rsquo;Europa sta attraversando uno degli inverni pi&ugrave; miti mai registrati, il prezzo  &egrave; di circa 6 $/MBtu.</p>
<p>Vi  dico tutto ci&ograve; per illustrare che oggi siamo altamente dipendenti dal gas, che  costa carissimo. </p>
<p>In  un mercato normale, la situazione si correggerebbe in maniera naturale. I  prezzi alti porterebbero a maggiori investimenti nell&rsquo;esplorazione e nella  produzione, e alla fine i prezzi scenderebbero di nuovo. </p>
<p>Ma  il mercato del gas non &egrave; un mercato normale. </p>
<p>Oggi  il gas &egrave; ancora in gran parte trasportato da Paesi vicini tramite gasdotti. </p>
<p>Questo  modello punto-punto impedisce al mercato del gas di divenire globale come  quello del petrolio. Abbiamo soltanto una serie di mercati <strong>regionali</strong> del gas, di cui i pi&ugrave; grandi sono l&rsquo;Europa e gli Stati  Uniti.</p>
<p>Questi  mercati sono molto diversi l&rsquo;uno dall&rsquo;altro.</p>
<p>In  primo luogo, l&rsquo;Europa dispone di pochissimo gas proprio. Sebbene consumi il 20%  del gas mondiale, detiene soltanto il 2% delle riserve globali.</p>
<p>Il  gas arriva principalmente da Russia e Algeria, attraverso le due compagnie di  stato Gazprom e Sonatrach. Questi due paesi vantano pi&ugrave; del 60% delle  importazioni totali, e ogni anno aumentano la loro quota. </p>
<p>La  situazione negli Stati Uniti &egrave; molto pi&ugrave; equilibrata. Il Nord America &egrave;  praticamente autosufficiente, e importa solo il 3% del gas consumato.</p>
<p>Ma  il mercato europeo del gas non &egrave; complesso solo dal punto di vista strutturale;  abbiamo anche fatto delle scelte dal punto di vista politico che non hanno  sortito l&rsquo;effetto desiderato.</p>
<p>In  Europa, i politici e i regolatori si sono focalizzati sulla liberalizzazione  del mercato interno &ndash; importando il modello americano, ma dimenticando che, a  differenza degli Stati Uniti, l&rsquo;Europa continentale non &egrave; autosufficiente per  quanto riguarda gli approvvigionamenti di gas. </p>
<p>Le  liberalizzazioni hanno quindi frammentato il potere dei compratori, dando  ancora pi&ugrave; potere ai fornitori. E questo ha favorito l&rsquo;aumento, invece che la  diminuzione, dei prezzi.</p>
<p>In  questo contesto, bisogna dire che i consumi di gas non faranno che crescere in  Europa, stimolati dalla necessit&agrave; di rispettare gli obiettivi di Kyoto, che a  grandi linee vuol dire meno carbone e pi&ugrave; gas.</p>
<p>Considerando  questa crescita della domanda, e la diminuzione della produzione propria, si  stima che le importazioni di gas in Europa dovranno aumentare di circa 200 bcm  entro il 2014.</p>
<p>Dove  troveremo tutto questo gas?</p>
<p>Circa  80 bcm arriveranno in Europa attraverso nuovi gasdotti, principalmente dalla  Russia. </p>
<p>Gli  altri 120 bcm dovranno arrivare in Europa in forma di gas liquefatto.</p>
<p>Questa  &egrave; una quantit&agrave; assolutamente astronomica.</p>
<p>Per  capire cosa vuol dire, pensate un momento alle infrastrutture che bisognerebbe  costruire. Per importare 120 bcm di gas liquefatto, bisognerebbe &nbsp;realizzare circa 15 nuovi rigassificatori per  un investimento di circa 10 miliardi di euro. </p>
<p>E  i rigassificatori sono solo l&rsquo;ultimo anello della catena. Anche se li avessimo,  non servirebbero a nulla senza la corrispondente capacit&agrave; di liquefazione. </p>
<p>A  questo punto sarebbe necessario costruire anche 15 nuovi impianti di  liquefazione, per un investimento di 40 miliardi di euro. E questi 40 miliardi non  sarebbero da investire in Svizzera. Sarebbero da investire in paesi di  difficile accesso, quali Indonesia, Nigeria and Angola. </p>
<p>Il rischio &egrave; chiaro. In Europa potremmo dover  affrontare una carenza di gas.</p>
<p>Ci  sono 3 modi per ridurre questo rischio.</p>
<p>1.  Per prima cosa, l&rsquo;Europa deve capire che lo scenario &egrave; mutato. Le modalit&agrave;  di&nbsp; liberalizzazione che erano  appropriate in passato, quando il prezzo del gas era basso e la produzione  sovrabbondante, non sono pi&ugrave; attuali. Oggi, i produttori hanno tutte le carte  in mano. In questo contesto, frammentare il mercato interno non porta ad un  abbassamento dei prezzi bens&igrave; ad un aumento.</p>
<p>2.  La seconda cosa da fare &egrave; interconnettere il mercato europeo, affinch&eacute; il gas  possa essere convogliato ovunque sia necessario. Questo significa creare una  rete di trasporto pan-europea.</p>
<p>3.  Terzo, la domanda deve essere gestita da politici e regolatori, che hanno gli  strumenti per incentivare l&rsquo;efficienza energetica e favorire l&rsquo;utilizzo di  altre fonti energetiche. Le problematiche ambientali vanno bilanciate con  l&rsquo;obiettivo di assicurare la sicurezza energetica. </p>
<p>Questi  tre accorgimenti potranno limitare i rischi di una carenza di gas, ma non modificano  la situazione di fondo. Niente pu&ograve; cambiare il fatto che, per il futuro  prevedibile, l&rsquo;Europa continuer&agrave; ad essere estremamente dipendente dalle  forniture di gas Algerine e Russe. </p>
<p>Gazprom  sar&agrave; il pilastro della sicurezza energetica in Europa nei prossimi decenni. Per  renderci conto dell&rsquo;importanza di Gazprom per la sicurezza energetica europea,  vi baster&agrave; pensare che Lituania, Finlandia, Latvia e Slovacchia dipendono dalla  Russia al 100%, l&rsquo;Ungheria all&rsquo;80%, la Germania al 50% e la Francia al 30%. </p>
<p>E  visto che questa situazione non la si pu&ograve; mutare, bisogna gestirla al meglio. </p>
<p>La  politica estera di ciascun paese, e naturalmente dell&rsquo;Unione Europea, dovrebbe essere  volta alla creazione di legami solidi con la Russia. </p>
<p>Questo  non &egrave; impossibile. La nuova Russia ha bisogno di avvicinarsi all&rsquo;Europa.  Attraverso l&rsquo;Europa vuole ottenere stabilit&agrave; politica e rispetto. Inoltre,  cerca di monetizzare le sue immense risorse naturali, e vuole modernizzare il  paese con un&rsquo;iniezione di tecnologia occidentale.</p>
<p>Noi  Europei abbiamo molto in comune con i Russi: una lunga storia, una cultura  condivisa e i valori delle nostre radici cristiane. E&rsquo; su queste basi che i  nostri leader possono e devono costruire un&rsquo;Europa allargata, prosperosa, e  certa della propria sicurezza energetica.</p>
<p>In  tutto ci&ograve;, anche il mondo dell&rsquo;industria pu&ograve; dare una mano. E&rsquo; compito delle  principali societ&agrave; energetiche, come Eni, operare accanto ai politici europei  per creare legami commerciali e tecnologici con la Russia, legami che sommati  ad una politica estera saggia e oculata, contribuiscano alla nostra sicurezza  energetica.</p>
<p>&nbsp;</p>

<p>Grazie  per la vostra attenzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]>
  </content>
</entry>
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  <title>&quot;Rendiamo sicura l’energia&quot; – Discorso di Paolo Scaroni al Workshop Internazionale dell’Aspen Institute</title>
  <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.eventi-eni.it/incontri/paolo-scaroni-wokshop-istituto-aspen.php" />
  <id>tag:www.eventi-eni.it,2007:/incontri//7.131</id>
    
  <published>2007-02-05T14:03:25Z</published>
  <updated>2007-02-15T15:08:56Z</updated>
    
  <summary>&apos;Rendiamo sicura l’energia&apos;, Intervento di Paolo Scaroni al Workshop Internazionale dell&apos;Aspen Institute di Washington,  5 febbraio 2007.</summary>
  <author>
    <name>Eni</name>
    
  </author>
  
  
  <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.eventi-eni.it/incontri/">
    <![CDATA[<strong>Washington, 5 febbraio 2007</strong><br />
Il tema della sicurezza degli approvvigionamenti energetici è di fondamentale importanza per i Governi, le compagnie energetiche e i consumatori. Paolo Scaroni, AD Eni, affronta separatamente il problema nel mercato del petrolio e in quello del gas. Il settore petrolifero è caratterizzato da una ciclicità che periodicamente fa alzare e abbassare i prezzi del greggio, senza creare problemi di approvvigionamenti. Il rischio di carenza di gas invece è reale, soprattutto in Europa. Secondo Scaroni questo potrebbe essere fronteggiato adottando liberalizzazioni che creino una reale competizione tra i produttori  senza indebolire gli operatori esistenti, costruendo infrastrutture GNL e interconnettendo il mercato europeo. Politici e regolatori dovrebbero saper gestire le problematiche legate agli approvvigionamenti con quelle di natura ambientale. Questi provvedimenti limiterebbero la dipendenza dell’Europa dall’estero, ma Gazprom sarà comunque il pilastro della sicurezza energetica in Europa nei prossimi decenni. Per questo, sostiene Scaroni, la politica estera dell’UE e dei Paesi membri deve cercare di stringere solide relazioni con la nuova Russia, ormai sempre più vicina all’Europa e a noi europei, che con i russi condividiamo cultura e radici cristiane. E in questo senso fondamentale è il contributo di società come Eni nel creare legami commerciali e tecnologici volti a garantire la sicurezza energetica. ]]>
    <![CDATA[<p><strong>Istituto Aspen: Workshop Internazionale  &ldquo;Rendiamo sicura l&rsquo;energia&rdquo;.</strong></p>
<p><strong>Prima sessione &ndash; Sicurezza negli  approvvigionamenti e aumento dei costi: l&rsquo;impatto sulla politica estera  americana ed europea.</strong></p>
<p><em>Luned&igrave; 5 febbraio 2007</em></p>
<p>Buongiorno  signore e signori.</p>
<p>Il  tema della sicurezza degli approvvigionamenti energetici sta emergendo come  fattore chiave per il futuro &ndash; e non soltanto per quelli di noi che lavorano  nell&rsquo;industria del petrolio e del gas. E&rsquo; un argomento chiave per i Governi,  per il mondo degli affari, e, ovviamente, per i consumatori, poich&eacute; tutti fanno  affidamento su una fornitura costante di energia.</p>
<p>Oggi,  vorrei raccontarvi dove penso nascano i problemi e cosa possiamo fare per  risolverli.</p>
<p>La  prima domanda da porsi &egrave; se dobbiamo preoccuparci sia del gas che del petrolio.<br />
  Negli  ultimi anni si &egrave; parlato di una &ldquo;crisi del petrolio&rdquo;, cos&igrave; come di timori  riguardanti la scarsit&agrave; di gas, e le due questioni hanno finito a volte per  essere confuse in un unico grande allarme energetico.</p>
<p>Ma  la verit&agrave; &egrave; che esistono profonde differenze tra il settore petrolifero e quello  del gas.</p>
<p>Nel settore petrolifero, i  prezzi relativamente elevati che abbiamo osservato, sono semplicemente il segno  di un mercato che funziona ciclicamente. Sono una conseguenza diretta dei prezzi  ridotti che abbiamo sperimentato negli anni novanta, che hanno scoraggiato gli  investimenti nella produzione e raffinazione.</p>
<p>Ora, il ciclo sta prendendo  la direzione opposta. I prezzi del petrolio relativamente alti hanno  determinato un rallentamento della richiesta e generato un&rsquo;ingente quantit&agrave; di  investimenti nell&rsquo;esplorazione e nella produzione, con un conseguente  abbassamento dei prezzi. </p>
<p>Nel mercato del petrolio il  problema non riguarda la sicurezza dell&rsquo;approvvigionamento. E&rsquo; semplicemente una  questione di prezzo, che aumenta e diminuisce ciclicamente, cos&igrave; come &egrave; sempre  accaduto.</p>
<p>Tornando al gas, tuttavia, la  sicurezza degli approvvigionamenti &egrave; un argomento pi&ugrave; complesso. </p>
<p>Il  primo problema riguarda il consumo. I prezzi bassi del gas che abbiamo  sperimentato negli anni novanta, unitamente alla maggiore attenzione riguardo i  fattori ambientali, hanno causato un rapido aumento del consumo in tutto il  mondo.</p>
<p>Tra il 1998 e il 2005, il  consumo globale di gas &egrave; aumentato di circa il 3% annuo &ndash; quasi il doppio della  crescita di consumo del petrolio.</p>
<p>Oggi il gas rappresenta il  principale combustibile utilizzato per la generazione di energia in tutto il  mondo. Negli ultimi dieci anni, il 90% di tutta la nuova capacit&agrave; di produzione  termica degli Stati Uniti e dell&rsquo;Europa si &egrave; basato sul gas. </p>
<p>Non  sorprende che questa &ldquo;corsa al gas&rdquo; abbia spremuto le riserve e alzato i  prezzi.</p>
<p>Nel  1998, il prezzo del gas nel Regno Unito era di circa 2 $/MBtu. Nel dicembre del  2005, il prezzo medio era salito addirittura a 15 $/MBtu. Persino oggi, quando  l&rsquo;Europa sta attraversando uno degli inverni pi&ugrave; miti mai registrati, il prezzo  &egrave; di circa 6 $/MBtu.</p>
<p>Siamo  altamente dipendenti dal gas e stiamo fronteggiando prezzi molto alti.</p>
<p>In  un mercato normale con un normale ciclo di produzione, la situazione si correggerebbe  in maniera naturale. I prezzi alti porterebbero a maggiori investimenti  nell&rsquo;esplorazione e nella produzione, e alla fine i prezzi scenderebbero di  nuovo. </p>
<p>Ma  il mercato del gas ha delle regole diverse. Giusto per portarvi un esempio, se  qualcuno domani scoprisse un gigantesco giacimento di gas in Sud Africa o in  Australia, la nuova scoperta non avrebbe assolutamente impatto sulla fornitura  e sul prezzo del gas in Europa o in US almeno per un decennio. Questo &egrave; il  tempo necessario per la realizzazione le infrastrutture &ndash; in questo caso  terminali LNG &ndash; necessarie per trasportare il gas da dove lo si estrae fino a  dove lo si consuma.</p>
<p>Oggi  il gas &egrave; ancora in gran parte trasportato da Paesi vicini tramite gasdotti. </p>
<p>Questo  modello punto-punto impedisce al mercato del gas di divenire globale come  quello del petrolio. Infatti, a livello mondiale, abbiamo soltanto una serie di  mercati <strong>regionali</strong> del gas, di cui i  pi&ugrave; grandi sono l&rsquo;Europa e gli US.</p>
<p>Ovviamente,  questi mercati sono molto diversi l&rsquo;uno dall&rsquo;altra.</p>
<p>In  primo luogo, l&rsquo;Europa non possiede molti giacimenti di gas propri. Sebbene  consumi il 20% del gas mondiale, detiene soltanto il 2% delle riserve globali.</p>
<p>Il  gas arriva in Europa principalmente da Paesi limitrofi tramite gasdotti. Tra  questi, Russia e Algeria, attraverso le due compagnie di stato Gazprom e  Sonatrach, vantano pi&ugrave; del 60% delle importazioni totali &ndash; e presumibilmente  aumenteranno ulteriormente la loro quota. </p>
<p>Ovviamente,  la struttura del mercato europeo del gas conferisce un enorme potere alla  Russia e all&rsquo;Algeria.</p>
<p>La  situazione negli Stati Uniti &egrave; molto pi&ugrave; equilibrata. Il Nord America &egrave;  praticamente autosufficiente, e importa solo il 3% del gas consumato.</p>
<p>Ma  il mercato europeo del gas non &egrave; complesso solo dal punto di vista strutturale;  infatti alcuni problemi sono stati aggravati da scelte politiche inadeguate.<br />
  In  Europa, i politici e i regolatori si sono focalizzati sulla liberalizzazione  del mercato interno &ndash; importando il modello americano, ma dimenticando che , a  differenza degli Stati Uniti, l&rsquo;Europa continentale non &egrave; autosufficiente per  quanto riguarda gli approvvigionamenti di gas. </p>
<p>Come  ha detto recentemente un politico europeo: &ldquo;non serve a molto creare un mercato  interno perfetto se i fornitori dello stesso mercato stanno creando un perfetto  oligopolio&rdquo;. Peggio, frammentando il potere dei compratori la liberalizzazione  in Europa sta dando ancora pi&ugrave; potere ai fornitori, creando una tendenza che  favorisce l&rsquo;aumento invece che la diminuzione dei prezzi.</p>
<p>In  Europa, i consumi di gas continuano a crescere, a causa della generazione di  energia elettrica tramite gas, la chiusura degli impianti nucleari, e la  necessit&agrave; di rispettare gli obiettivi di Kyoto, che significa pi&ugrave; carbone e  meno gas.</p>
<p>Considerando  questa crescita nella domanda, e la diminuzione di produzione, le importazioni  di gas dovranno aumentare di circa 200 bcm entro il 2014.</p>
<p>Dove  troveremo tutto quel gas?</p>
<p>Circa  80 bcm arriveranno in Europa attraverso nuovi gasdotti, tra cui il gasdotto  nordeuropeo che proviene dalla Russia. Gli altri 120 bcm dovranno arrivare in  Europa in forma di gas liquefatto.</p>
<p>Questa  &egrave; una quantit&agrave; astronomica.</p>
<p>Questo  significherebbe dover realizzare circa 15 nuovi rigassificatori per un investimento  di circa 10 miliardi di euro. Chiunque abbia cercato di costruire anche un solo  rigassificatore in Europa &egrave; consapevole della difficolt&agrave; che questo comporta.</p>
<p>A  questo punto sarebbe necessario costruire anche 15 nuovi impianti di  liquefazione, per un investimento di 40 miliardi di euro, da realizzare in  Paesi &ldquo; difficili&rdquo;, quali Indonesia, Nigeria and Angola. Inoltre l&rsquo;Europa  dovrebbe competere per il gas liquido con il resto del mondo, in particolare  con la &ldquo;vecchia&rdquo; Asia (Giappone e Sud Corea) e la &ldquo;nuova&rdquo; Asia (Cina e India)  che sono sempre pi&ugrave; affamate di energia, e in particolare di gas.</p>
<p>Il rischio &egrave; chiaro. In Europa potremmo dover  affrontare una carenza di gas.</p>
<p>Esistono  4 modi per ridurre questo rischio.</p>
<p>1.  Primo, l&rsquo;Europa deve capire che le liberalizzazioni funzionano solo quando  anche i produttori competono tra loro. Quando i produttori si trovano al di  fuori del mercato liberalizzato &ndash; come nel caso di Gazprom e Sonatrach in  Europa &ndash; ogni tentativo di indebolire gli operatori esistenti porter&agrave; a prezzi  pi&ugrave; alti e a minori investimenti nelle infrastrutture.</p>
<p>2.  Secondo, dobbiamo impegnarci per costruire infrastrutture GNL, perch&eacute; questa &egrave;  l&rsquo;unica maniera in cui possiamo trasformare il mercato del gas regionale in un  mercato che sia davvero globale.</p>
<p>3.  Terzo, dobbiamo interconnettere il mercato europeo, affinch&eacute; il gas possa  essere convogliato ovunque sia necessario. Dobbiamo creare una rete di  trasporto pan-europea.</p>
<p>4.  Quarto, la domanda deve essere gestita da politici e regolatori, che dovrebbero  fornire incentivi adeguati a favore della molteplicit&agrave; delle risorse e  dell&rsquo;efficienza energetica, bilanciando le problematiche ambientali con la  sicurezza energetica. Penalizzare l&rsquo;uso del carbone o dell&rsquo;energia nucleare, in  un momento in cui la fornitura di gas &egrave; limitata, render&agrave; pi&ugrave; complicato  raggiungere la sicurezza negli approvvigionamenti. </p>
<p>Questi  4 accorgimenti limiteranno i rischi di una carenza di gas, ma non avranno  influenza sul fatto che l&rsquo;Europa continuer&agrave; a dipendere dall&rsquo;Algeria e dalla  Russia. </p>
<p>Gazprom  in particolare sar&agrave; il pilastro della sicurezza energetica in Europa nei  prossimi decenni.</p>
<p>La  politica estera di ciascun Paese europeo, e naturalmente della UE, dovrebbe  cercare di creare dei legami solidi con la Russia. La nuova Russia si vuole  avvicinare all&rsquo;Europa. Attraverso l&rsquo;Europa vuole ottenere stabilit&agrave; politica e  rispetto. Cerca di proteggere la Siberia e capitalizzare le sue risorse  immense, modernizzando il Paese con una enorme iniezione di tecnologia  occidentale.</p>
<p>Noi  europei abbiamo molto in comune con i Russi: una lunga storia, una cultura  condivisa e i valori delle nostre radici cristiane. E&rsquo; su queste basi che i  nostri leader devono costruire una Europa allargata, prosperosa, e certa della  propria sicurezza energetica.</p>
<p>E&rsquo;  compito delle principali societ&agrave; energetiche, come Eni, operare accanto ai  politici europei per creare i legami commerciali e tecnologici con la Russia  che contribuiscano alla nostra sicurezza energetica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Grazie  per la vostra attenzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>]]>
  </content>
</entry>
<entry>
  <title>Cultura delle infrastrutture per un nuovo paradigma di crescita e sviluppo - di Paolo Scaroni</title>
  <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.eventi-eni.it/incontri/cultura-delle-infrastrutture-di-paolo-scaroni.php" />
  <id>tag:www.eventi-eni.it,2006:/incontri//7.63</id>
    
  <published>2006-11-27T11:29:37Z</published>
  <updated>2008-09-29T14:51:11Z</updated>
    
  <summary>Cultura delle infrastrutture per un nuovo paradigma di crescita e sviluppo, discorso di Paolo Scaroni alla Fondazione Enrico Mattei .</summary>
  <author>
    <name>Eni</name>
    
  </author>
  
  
  <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.eventi-eni.it/incontri/">
    <![CDATA[<p><strong>FEEM, Fondazione Enrico Mattei - 27 Novembre 2006</strong> </p>
Realizzare infrastrutture nel nostro Paese richiede enorme fatica. <br>
L’AD Eni Paolo Scaroni individua in alcune caratteristiche tipicamente italiane le radici del problema: l’avversione “ipocondriaca” nei confronti di progetti nuovi, la diffidenza verso ciò che è imposto dall’alto e la furbizia tipicamente italiana, unite all’opportunismo politico, costituiscono il principale ostacolo alle necessità di sviluppo del nostro Paese.]]>
    <![CDATA[<p>"Buon pomeriggio a tutti.</p>
<p>Sono estremamente lieto di vedere tanti illustri personaggi dedicare tempo ed 
energie al tema delle infrastrutture. Come Presidente della Fondazione Mattei, 
che ha organizzato questo evento. Come Amministratore Delegato di Eni, 
un’azienda che sostiene da tempo la necessità di ampliare le infrastrutture nel 
campo dell’energia. E come Italiano. Credo infatti che lo sviluppo del nostro 
sistema di infrastrutture sia essenziale per costruire un futuro migliore per il 
paese. </p>
<p>Sono ormai molti anni che mi batto in prima persona per la realizzazione di 
infrastrutture - prima in Enel e ora in Eni - con successi alterni. Mi considero 
un po’ il padre di Civitavecchia e Porto Tolle. Altre volte sono stato meno 
fortunato, come per il rigassificatore di Brindisi. Ma se ho imparato qualcosa 
da tutti questi anni, è che realizzare infrastrutture in Italia richiede enorme 
fatica. </p>
<p>Non tutti i paesi hanno le stesse nostre difficoltà. Guardate ad esempio la 
Spagna, dove senza battere ciglio hanno costruito ben sette rigassificatori ed 
una linea ferroviaria ad alta velocità che attraversa il paese. </p>
<p>Perché gli altri riescono a investire nel loro futuro, mentre da noi ogni 
piccolo passo avanti richiede sforzi smisurati? </p>
<p>Negli anni, mi sono dato qualche risposta, che oggi vorrei condividere con 
voi. </p>
<p>Il primo problema siamo noi italiani. Accanto alle nostre straordinarie 
qualità nazionali, abbiamo alcune caratteristiche che ci rendono un po’ diversi. 
La prima è che siamo un po’ipocondriaci. Temiamo molto per la nostra salute, 
nonostante siamo uno dei popoli più longevi del pianeta. Abbiamo soprattutto 
paura di tutto ciò che non conosciamo o non capiamo. Ricordate che, quando è 
scoppiata in Estremo Oriente la pandemia di aviaria, l’Italia è stato il paese 
in Europa con il più grosso calo di vendite di pollame? </p>
<p>Naturalmente, queste paure ci attanagliano anche quando di parla di 
infrastrutture. TAV? Neanche a parlarne. Ripetitori per telefonini? Vade retro. 
Rigassificatori? Benché non si sia mai verificato un incidente ed in Giappone – 
paese altamente sismico – ce ne siano 24 dicesi 24 in funzione da trent’anni, i 
nostri concittadini continuano a guardarli con estremo sospetto. Noi italiani 
guardiamo con diffidenza anche le linee ad alta tensione, e anche le più modeste 
linee a bassa tensione che ci portano a casa l’elettricità, nonostante queste 
esistano in tutti i paesi del mondo. </p>
<p>Ma queste fobie ipocondriache vengono aggravate da un’altra nostra 
caratteristica nazionale: la diffidenza radicata per qualunque indicazione che 
si riceve dall’alto. Sarà per ragioni storiche. L’Italia viene, dopotutto, da un 
passato di oppressione da parte di austriaci, francesi e spagnoli. Fatto sta che 
non ci fidiamo delle scelte che vengono fatte dalla politica o da altre 
istituzioni. </p>
<p>Non ci basta, quindi, che esperti dal Ministero della Sanità o del Ministero 
delle Infrastrutture ci rassicurino dell’ assoluta sicurezza di una nuova 
infrastruttura. Non ci basta che altri paesi l’abbiano da anni in esercizio 
senza incidenti. Rimaniamo diffidenti e qui scatta la nostra terza 
caratteristica nazionale: la furbizia che si estrinseca nel motto nazionale 
“acca nesciuno è fesso”. E quindi fobie ipocondriache, diffidenza e furbizia 
portano alla naturale reazione dei nostri concittadini a qualunque progetto 
infrastrutturale: “Perché proprio qui? Non potete farlo da un’altra parte?”. </p>
<p>A noi tutto ciò sembra ovvio e naturale: Vorrei però farvi presente che non è 
così dappertutto. Ci sono anche paesi come la Francia o la Spagna nei quali, 
anche grazie anche ad una politica di incentivi, i comuni fanno a gara per 
accaparrarsi nuovi progetti, come è successo proprio nei giorni scorsi per la 
centrale Europea di nuova generazione che verrà costruita a Marsiglia. </p>
<p>Gli italiani dunque sono difficili da convincere quando si tratta di 
realizzare infrastrutture sul loro territorio. Ma la nostra politica ci mette 
del suo per cui quello che è difficile diventa sostanzialmente impossibile. </p>
<p>Primo, i nostri politici sono perennemente alla ricerca del consenso. Seguono 
gli umori dell’elettorato invece che informare e formare l’opinione pubblica 
sulle scelte necessarie per il bene a lungo termine dell’Italia e degli 
italiani. </p>
<p>Ma questa propensione a “pedalare in discesa” non è l’unica pecca della 
nostra politica. L’altro grosso problema è che risulta molto complicato 
costruire un consenso bipartisan intorno ad una grande o piccola opera 
infrastrutturale perché la nostra politica si divide su tutto. E non per ragioni 
ideologiche, ma perché se sono opposizione sono opposizione su tutto e do fiato 
e forza a qualunque gruppo o gruppuscolo che si oppone alle scelte della 
maggioranza, anche se in cuor mio le condivido. Non vorrei essere troppo 
pessimista, ma a volte sembra che il calcolo politico di breve termine prenda il 
sopravvento sull’interesse a lungo termine del paese. </p>
<p>Il risultato di tutto ciò è che in Italia il sistema è quasi totalmente 
ingessato. I nostri concittadini sono timorosi e scettici. Ed i nostri leader 
non sembrano capaci di costruire consensi per opere che sarebbero nel migliore 
interesse degli elettori. </p>
<p>La buona notizia è che non è troppo tardi per reagire. </p>
<p>La nostra politica deve prima di tutto rendersi conto che lo sviluppo 
infrastrutturale non è un optional. È una necessità. </p>
<p>E poi, e qui mi rivolgo al Ministro di Pietro, che è qui a rappresentare la 
politica nella stanza dei bottoni, vorrei suggerire di perseguire con coraggio 
una politica di realizzazione di quelle infrastrutture di cui abbiamo bisogno, 
anche se a breve questo potrà portare alla perdita di qualche consenso locale. A 
lungo termine, le politiche che vanno nella direzione giusta vengono premiate 
dall’elettorato. Ed all’Onorevole Tabacci, che rappresenta qui l’opposizione 
seria e coerente mi sento di suggerire di appoggiare i progetti infrastrutturali 
della maggioranza, che sono indispensabili per il benessere a lungo termine del 
nostro paese. Anche l’opposizione può trarre beneficio da posizioni sagge e 
coerenti, anche quando appoggia chi sta al potere. "</p>

<p><strong>Paolo Scaroni, Amministratore Delegato Eni</strong></p>
<a class="dx_frec_arancio" href="http://www.eni.it/eniit/eni/init.do?jump=RID&RID=@2wb1EA|0?xoidcmWopk&lang=it" title="Vedi il video del discorso di Paolo Scaroni - su www.eni.it">
Vedi il video del discorso di Paolo Scaroni - su www.eni.it</a>
<a class="dx_frec_arancio" href="http://www.feem.it/Feem/Func/Overview/default.htm" title="Visualizza la presentazione della Fondazione Eni Enrico Mattei">Visualizza la presentazione della Fondazione Eni Enrico Mattei</a></p>

]]>
  </content>
</entry>
<entry>
  <title>Terzo Seminario Internazionale OPEC - Discorso di Paolo Scaroni</title>
  <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.eventi-eni.it/incontri/seminario-opec-discorso-scaroni.php" />
  <id>tag:www.eventi-eni.it,2006:/incontri//7.64</id>
    
  <published>2006-09-13T12:27:08Z</published>
  <updated>2007-01-09T10:30:43Z</updated>
    
  <summary>Discorso di Paolo Scaroni al Terzo Seminario Internazionale OPEC.</summary>
  <author>
    <name>Eni</name>
    
  </author>
  
  
  <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.eventi-eni.it/incontri/">
    <![CDATA[<p><strong>Vienna, 13 settembre 2006</strong></p>
Non è la scarsità di riserve di oro nero a mettere sotto pressione gli approvvigionamenti mondiali di petrolio, ma la mancanza di investimenti in tecnologia a cavallo degli anni ’90 che ha ridotto la capacità di produzione e raffinazione dell’industria energetica. <br>
Secondo Paolo Scaroni, Amministratore Delegato di Eni, “vi sono diverse ragioni per credere che le preoccupazioni sull’approvvigionamento globale di petrolio saranno superate nei prossimi anni”.
]]>
    <![CDATA[<p>"Buon pomeriggio Vostre Eccellenze, Onorevoli Ministri, Egregi Delegati. </p>
<p>Desidero ringraziarvi per avermi invitato a rivolgermi a questo illustre 
pubblico. </p>
<p>Durante l’ultimo Forum Internazionale sull’Energia a Doha abbiamo discusso 
sulla tematica dell’“Accesso all’energia”. Ci siamo resi conto che non esistono 
soluzioni semplici su questo argomento e abbiamo richiesto un approccio basato 
sulla collaborazione tra IOC (Compagnie petrolifere internazionali, ndt) e NOC 
(Compagnie petrolifere nazionali, ndt). </p>
<p>Oggi vorrei illustrarvi il mio punto di vista su altre tematiche che 
riguardano tutti noi, ovvero: </p>
<ul>
	<li>La garanzia dell'approvvigionamento e la stabilità del mercato. </li>
	<li>Il pressante bisogno di investimenti consistenti nella catena del valore 
	del petrolio. </li>
</ul>
<p>Infine spiegherò come potremmo realizzare un’importante piattaforma di 
cooperazione per affrontare queste difficili sfide. </p>
<p>Per quanto concerne il primo punto, vorrei innanzitutto rendere chiaro il 
fatto che la sicurezza di approvvigionamento non viene minacciata dalla scarsità 
degli idrocarburi. </p>
<p>Il mondo non sta terminando le riserve di petrolio, come alcuni profetizzano 
drasticamente. Al contrario, grazie alla tecnologia, al miglioramento dei 
processi di recupero, alle esplorazioni con esiti positivi e ai cambiamenti dei 
presupposti relativi alla politica dei prezzi, la stima delle risorse 
recuperabili a livello mondiale è cresciuta nel tempo – da appena 600 mld di 
barili negli anni ’40, ai 2.000 mld di barili degli anni ’70, fino ad arrivare 
alle recenti stime dell’US Geological Survey (USGS), che delineano un range 
delle risorse recuperabili tra 3.300 e 3.900 mld di barili.</p>
<p>Inoltre l’U.S. Geological Survey ha stimato che le riserve tecnicamente 
recuperabili di olio non convenzionale, vale a dire olio pesante e bitume 
naturale, situati prevalentemente in Canada, Venezuela e Russia, eguagliano le 
riserve mondiali accertate di olio convenzionale. </p>
<p>Pertanto le riserve recuperabili totali ammontano a quasi 5.000 mld di 
barili, per una durata superiore ai 100 anni. </p>
<p>Il senso di insicurezza ampiamente diffuso non ha nulla a che vedere con la 
presunta scarsità di risorse petrolifere. Deriva per lo più da una brusca 
diminuzione della capacità di sovraproduzione del petrolio, crollata dal 15 
percento della domanda globale nel 1985 ad un modesto 2 percento nel 2005. </p>
<p>Questa è una conseguenza diretta degli insufficienti investimenti, una 
tendenza che l’OPEC ha ripetutamente evidenziato nel corso degli anni ’90. </p>
<p>Purtroppo i Paesi industrializzati non hanno prestato abbastanza attenzione 
ai moniti dell’OPEC. Molti osservatori occidentali credevano che la 
sovraproduzione e i prezzi bassi che caratterizzavano questo periodo fossero, 
come fece notare un noto quotidiano finanziario, “un elemento negativo per i 
Paesi produttori di petrolio, e un elemento positivo per tutti gli altri”. </p>
<p>Ma, come previsto dai produttori nazionali, i prezzi bassi del petrolio 
dissuasero inesorabilmente dall’investire in nuovi progetti di esplorazioni e di 
sviluppo, e in definitiva determinarono l’attuale livello insufficiente di 
capacità di approvvigionamento petrolifero. </p>
<p>La limitata capacità produttiva inutilizzata non è l’unica causa dell’attuale 
inquietudine relativa all’approvvigionamento. Anche un ristretto e inadeguato 
sistema di raffinazione contribuisce al problema. </p>
<p>La causa dell’attuale strozzatura relativa alla raffinazione del petrolio 
risale all’inizio degli anni ’80, quando il sistema di raffinazione a livello 
mondiale cominciò ad avvertire l’impatto della sovracapacità strutturale 
creatasi durante gli anni ’70, per gestire la quale fu compiuto un draconiano 
processo ventennale di riorganizzazione. </p>
<p>Oggi il sistema mondiale di raffinazione non può né far fronte alla qualità 
di greggio disponibile, a causa di una capacità di conversione scadente, né 
soddisfare la domanda crescente e i sempre più rigorosi standard ambientali. </p>
<p>Date queste difficili condizioni, ogni sconvolgimento del mercato, reale o 
potenziale, causa un effetto drammatico sul prezzo del petrolio e dei prodotti 
petroliferi. Questo impatto viene amplificato dall’hedging finanziario e dalla 
speculazione, che in questi ultimi anni hanno raggiunto livelli esorbitanti. </p>
<p>Tuttavia ci sono diverse ragioni per credere che le attuali tensioni mondiali 
nell’ambito degli approvvigionamenti petroliferi potranno essere superate nel 
breve periodo. </p>
<p>I sette anni in cui i prezzi sono andati aumentando stanno chiaramente 
producendo degli effetti sul mercato del petrolio. </p>
<p>Da un lato, gli investimenti nell’esplorazione e nello sviluppo petrolifero 
stanno aumentando in tutto il mondo. Il limite non è la disponibilità di 
petrolio, ma la relativa scarsità di personale esperto, di attrezzature per la 
trivellazione e di altri strumenti essenziali nel nostro settore. Tali carenze 
sono il risultato di un ventennio di taglio dei costi, riorganizzazioni e 
ottimizzazioni, operati da un’industria afflitta dall’opinione prevalente che il 
petrolio fosse diventato una merce come le altre. </p>
<p>Non dobbiamo dimenticare che in tutto il mondo la produzione potenziale è 
ancora molto elevata. </p>
<p>Molti grandi Paesi produttori sono stati scarsamente esplorati, almeno se li 
confrontiamo a zone quali gli Stati Uniti, il Canada, e il Mare del Nord, e 
utilizzano ancora tecnologie obsolete per produrre petrolio. Si pensi, ad 
esempio, che nella Federazione Russa la quota di recupero del petrolio è solo 
del 16 percento contro una media mondiale che si attesta sul 35 percento. </p>
<p>D’altro canto la crescita della domanda a livello globale sta iniziando a 
rallentare, e in tutto il mondo si stanno prendendo in considerazione misure di 
efficienza energetica. </p>
<p>Dato questo contesto, c’è ancora un margine di crescita della capacità 
globale di produzione di petrolio del 3% annuo, fino a raggiungere i 100 mb/d 
entro il 2011. I Paesi non OPEC continueranno a predominare nell’ambito degli 
approvvigionamenti futuri, almeno fino al 2020, con una quota superiore al 55 
percento. </p>
<p>Nel frattempo si stima che la domanda mondiale di petrolio crescerà del 2 
percento annuo – soprattutto a causa del settore dei trasporti – e raggiungerà 
circa 94 mb/d nel 2011. </p>
<p>Tenendo conto di queste stime, la capacità globale di sovraproduzione 
dovrebbe riprendersi in maniera sostanziale alla fine di questo decennio, 
eliminando così un fattore chiave dell’attuale crisi petrolifera. E’ ovvio che 
una persistente carenza di risorse umane e di attrezzature, oppure una crisi 
politica, potrebbero ostacolare la capacità produttiva a fronte di una domanda 
crescente. Ma si pensi anche al rovescio della medaglia. Più a lungo 
persisteranno i prezzi elevati, maggiore sarà l’effetto sulla domanda nel 
medio-lungo termine.</p>
<p>Anche per quanto concerne la raffinazione, ci sono buone ragioni per essere 
ottimisti. Secondo le stime, la capacità di raffinazione primaria crescerà di 
9,0 mb/d tra il 2006 e il 2011. Il Medio Oriente e l’Asia incideranno su questa 
nuova capacità per 6 mb/d, mentre un ulteriore 1 mb/d, presumibilmente, si avrà 
nei Paesi OECD. </p>
<p>In questo scenario, mentre la domanda si sposterà su prodotti più leggeri e 
di maggiore qualità, si stima che l’upgrading capacity crescerà di 2,8 mb/d tra 
il 2006 e il 2011 e la capacità di desolforazione aumenterà di 4,6 mb/d.</p>
<p>In generale, ci aspettiamo che la capacità di approvvigionamento sarà 
sufficiente a fronteggiare l’aumento della domanda, e che la crescente capacità 
di sovrapproduzione, congiuntamente alla nuova capacità di raffinazione, porterà 
all’abbassamento dei prezzi. </p>
<p>Ovviamente molti sottolineano gli ingenti investimenti richiesti dall’aumento 
della produzione, dal trasporto e dalla capacità di raffinazione. </p>
<p>Eppure io non credo che i soldi siano un problema. </p>
<p>Piuttosto ritengo che una sarà l’abilità fondamentale: la capacità di gestire 
progetti di investimento molto corposi, che sono “price sensitive” e richiedono 
diversi anni per recuperare il capitale investito. La tecnologia e adeguate 
abilità gestionali saranno elementi chiave nel futuro sia nell’upsteam, sia nel 
downstream. </p>
<p>Tecnologie e competenze avanzate sono essenziali per aumentare il recupero 
del petrolio, per salvare i giacimenti petroliferi dal declino, per raffinare 
oli pesanti e non convenzionali secondo gli standard cost-effective e per trarre 
da questi quel tipo di prodotti di cui il mondo avrà necessità. </p>
<p>All’Eni abbiamo sviluppato capacità di prim’ordine lungo l’intera catena del 
valore del petrolio e del gas e riusciamo a sfruttare capacità distintive e 
competenze tecnologiche avanzate nei business dell’upstream, gas ed energia, 
downstream, industria chimica, ingegneristica e delle costruzioni. </p>
<p>Siamo una delle poche compagnie petrolifere globali che ha mantenuto e 
sviluppato internamente abilità e capacità, a livello ingegneristico e di 
costruzione, per realizzare progetti integrati vasti e impegnativi - attraverso 
le nostre affiliate Snamprogetti e Saipem. </p>
<p>Insieme ai campioni nazionali OPEC, possiamo sviluppare progetti innovativi 
per ottimizzare la produzione e la valorizzazione del petrolio. </p>
<p>Eni ha sviluppato un certo numero di tecnologie in grado di rendere ancora 
più competitive le fasi dell’esplorazione e della produzione, quali ad esempio 
il &quot;3D Common Reflection Surface Stack&quot;, una nuova tecnologia per investigare il 
sottosuolo, oppure la trivellazione “Lean Profile”, per realizzare pozzi 
profondi, verticali o deviati, in condizioni operative difficoltose, come l’ 
alta pressione e le elevate temperature. </p>
<p>Inoltre possiamo far leva sulla nostra innovativa tecnologia EST (Eni Slurry 
Technology), che ci consente di sfruttare efficacemente oli pesanti ed ultra 
pesanti. L’ EST ha grandi vantaggi in termini di flessibilità ed efficienza, 
conversione totale in distillati di alta qualità – e, ultimoma non meno 
importante – non produce olio combustibile e coke. Fino ad ora questa tecnologia 
ha prodotto un guadagno significante per barile se confrontato con le 
tradizionali opzioni disponibili per raffinazione di oli non convenzionali, 
quali: Conversione Termica (Delayed Coking), Idroconversione dei residui 
(Ebullated Bed), oppure una combinazione delle due. E stiamo ancora lavorando 
allo sviluppo dell’EST, per renderla una tecnologia rivoluzionaria in grado di 
ottenere la totale conversione del barile in soli distillati medi e benzina. </p>
<p>Naturalmente il petrolio non è l’unica sfida da affrontare. </p>
<p>E’ utile notare che la domanda di gas sta crescendo a ritmi più elevati di 
quella del petrolio. Nei mercati principali, gli Stati Uniti e l’Europa, il 
bisogno, in termini di volumi di importazione, crescerà. </p>
<p>Eni è il player n.1 nell’allettante mercato europeo del gas, grazie alla sua 
lunga esperienza nell’intera catena di valore del gas e alla sua ampia rete di 
trasporto integrata.<br>
Potremmo aiutarvi nello sfruttamento di riserve remote di gas, attraverso i 
progetti LNG e GTL, e con la nostra tecnologia High Pressure Transportation per 
le condutture del gas di lunga distanza. </p>
<p>Abbiamo inoltre sviluppato competenze eccellenti nel business della 
produzione dell'energia, ambito in cui siamo un operatore attivo in Italia e in 
ambito internazionale. Possiamo sviluppare tali capacità per aiutarvi a produrre 
energia elettrica riducendo al contempo le emissioni di gas flaring. </p>
<p>Oltrepassando i confini tradizionali della produzione dell'energia, siamo in 
grado di offrirvi gli esaurienti Energy Master Plans ed i progetti ad essi 
correlati. Abbiamo le capacità per concepire iniziative innovative quali, ad 
esempio, la combinazione di impianti energetici alimentati a gas e unità di 
energia termica-solare. </p>
<p>Questi sono solo alcuni dei modi in cui vi possiamo aiutare ad accrescere il 
volume del petrolio e del gas destinati all’esportazione, soddisfacendo 
efficientemente i vostri aumentati fabbisogni domestici. </p>
<p>In conclusione, è giunta l'ora per un radicale cambiamento del ruolo 
dell'OPEC nei confronti del mondo. </p>
<p>Oggi i produttori OPEC hanno l'opportunità di divenire esportatori di energia 
e prodotti, e non più solamente di materia prima – greggio. </p>
<p>Questo è il miglior momento per attuare questa transizione. Un così alto 
prezzo del petrolio ci offre l’opportunità di investire nel futuro. Ma dobbiamo 
muoverci in fretta. La storia ci insegna che prima o poi il mercato reagirà. 
L’improvviso ed inaspettato collasso degli anni ’80, dopo le follie degli anni 
’70, è qualcosa che dovremmo tenere bene a mente. </p>
<p>Cogliete l'attimo e scegliete dei buoni partner per sfruttare al meglio 
l'opportunità che avete. All'Eni speriamo di potervi aiutare a vincere la vostra 
sfida e raggiungere i vostri obiettivi. </p>
<p>Grazie per la vostra attenzione."</p>

<p><strong>Paolo Scaroni, Amministratore Delegato Eni</strong></p>

<a class="dx_frec_arancio" href="http://www.eni.it/eniit/eni/init.do?jump=RID&RID=@2vReg|0?xoidcmWopk&lang=it" title="Vai al video del discorso di Paolo Scaroni - su www.eni.it">Vedi il video del discorso di Paolo Scaroni - su www.eni.it</a>

<a class="dx_frec_arancio" href="http://www.opec.org/home/Multimedia/videos/2006/Doha%20Meeting/DohaENI.htm" title="Vai all'intervista con Paolo Scaroni al 10° International Energy Forum Opec di Doha">Vedi anche l'intervista con Paolo Scaroni al 10° International Energy Forum Opec di Doha</a>]]>
  </content>
</entry>
<entry>
  <title>Energia al di là e al di qua delle Alpi - Discorso di Paolo Scaroni</title>
  <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.eventi-eni.it/incontri/energia-dalle-alpi-scaroni.php" />
  <id>tag:www.eventi-eni.it,2006:/incontri//7.68</id>
    
  <published>2006-08-24T14:05:24Z</published>
  <updated>2007-01-15T17:05:45Z</updated>
    
  <summary>Il numero uno di Eni Paolo Scaroni mostra ottimismo e ridimensiona gli allarmismi sul tema dell&apos;energia al Meeting Comunione e Liberazione di Rimini.</summary>
  <author>
    <name>Eni</name>
    
  </author>
  
  
  <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.eventi-eni.it/incontri/">
    <![CDATA[<p><strong>Meeting Comunione e Liberazione, Rimini, 24 agosto 2006</strong></p>
L’età del petrolio sta davvero volgendo al termine? Perché il prezzo è così alto? <br>
Il numero uno di Eni Paolo Scaroni mostra ottimismo e ridimensiona gli allarmismi. <br>
Per il nostro futuro, però, sono necessari l’utilizzo efficiente e razionale dell’energia e maggiori investimenti nella ricerca e nella tecnologia.]]>
    <![CDATA[<p>"Buon pomeriggio a tutti, </p>
<p>come potete immaginare, con il lavoro che faccio, di questi tempi non mi si 
parla d’altro che di petrolio. Anche nei giorni scorsi, in vacanza, venivo 
avvicinato da amici, ma anche da semplici curiosi, che, preoccupati dei prezzi 
record della benzina, mi tempestavano di domande: l’era del petrolio sta 
volgendo al termine? O sono i paesi produttori che approfittano della 
instabilità politica internazionale per speculare a scapito del consumatore? 
Oppure, è la Cina che, con la sua crescita vertiginosa, assorbe quantità 
crescenti di energia facendo schizzare verso l’alto il prezzo del greggio? </p>
<p>Voglio approfittare di quest’opportunità che mi date di essere qui, tra di 
voi, per cercare di rispondere a queste domande ed anche per parlare di risorse, 
di risorse scarse e dell’uso che ne fa l’uomo. L’uomo, che vive la ragione come 
apertura alla realtà e guarda alle risorse come ad un bene che gli è stato 
affidato e di cui deve rendere conto.<br>
Partiamo dalla domanda più frequente: ma di petrolio ce n’è ancora sotto terra? 
Oppure l’era degli idrocarburi fossili sta finendo e i prezzi che vediamo oggi 
segnalano proprio l’avvicinarsi della fine?<br>
Vi dico subito che di petrolio nel mondo ce n’è. Ed anche tanto.</p>
<p>Attualmente, il nostro pianeta dispone di riserve cosiddette “certe” per 
oltre mille miliardi di barili. Queste riserve certe sono più di tutto il 
petrolio che è stato consumato dall’inizio dell’era petrolifera dalla seconda 
metà dell’800 fino ad oggi. </p>
<p>Ma per capire quanto petrolio ci rimane, alle riserve certe, dobbiamo 
aggiungere le riserve “probabili” e quelle “possibili”.<br>
In totale ci sono sotto terra almeno altri 5 mila miliardi di barili. Di che 
soddisfare i consumi del mondo per i prossimi 70 anni.<br>
Ma se di petrolio ce n’è tanto, perché i prezzi sono alle stelle? </p>
<ul>
	<li>La risposta a questa domanda è che per molti anni il prezzo del petrolio 
	è stato basso, troppo basso. Dal 1986 al 2001, il prezzo medio del greggio è 
	stato di 18 $ al barile. Nello stesso arco di tempo, ha subito due veri e 
	propri collassi – nel 1986 e nel 1998 scendendo persino sotto i 10 $. </li>
	<li>In quegli anni, con quei prezzi, i Paesi Produttori e le Compagnie 
	Petrolifere non avevano né l’interesse né i mezzi finanziari per investire 
	nell’esplorazione di nuovi giacimenti, nello sviluppo di quelli già 
	scoperti, in nuove raffinerie ed in tutte quelle infrastrutture 
	indispensabili per fare arrivare al consumatore i prodotti raffinati come 
	benzina e gasolio.</li>
	<li>• Quindi, mentre di petrolio sotto terra ce n’è in abbondanza, la 
	capacità di estrarlo, trasportarlo e raffinarlo non ha tenuto il passo con 
	la crescita della domanda. In questo momento, la capacità di estrarre 
	petrolio in eccesso che non deve essere utilizzata per far fronte alla 
	domanda è appena il 2%. In questa situazione di tensione è ovvio che ogni 
	stop alla produzione, sia che si tratti di quello causato l’anno scorso 
	dall’uragano Katrina nel Golfo del Messico oppure quest’anno dai sabotaggi 
	della guerriglia in Nigeria, produca un’impennata dei prezzi del barile. 
	L’impennata viene poi amplificata dai milioni di “barili di carta” che la 
	speculazione internazionale compra e vende ogni giorno cercando di 
	anticipare la fluttuazione dei prezzi del petrolio vero. </li>
	<li>Va detto che quanto sta succedendo, petrolio ai massimi storici e 
	minacce alla sicurezza degli approvvigionamenti, si poteva evitare. Già 
	nella prima metà degli anni 90, quando il petrolio oscillava intorno ai 15 $ 
	al barile, l’OPEC invocava un dialogo con l’Occidente per spingere il 
	petrolio ad un prezzo più alto, almeno 20$ che permettesse ai Paesi 
	Produttori di investire nello sviluppo dei giacimenti. Questa richiesta non 
	trovò ascolto. I paesi industrializzati pagano oggi con gli interessi la 
	bonanza del tanto petrolio a buon mercato di quegli anni. </li>
</ul>
<p>Il caro-greggio non è quindi dovuto ad una scarsità della materia prima. E’ 
piuttosto, il prezzo che paghiamo per la nostra miopia negli anni 90. <br>
Tra l’altro non sono i paesi produttori i principali responsabili degli alti 
prezzi che paghiamo alla pompa. <br>
Il barile, il cui prezzo in questi giorni oscilla intorno ai 70 dollari, quando 
andiamo a fare il pieno lo paghiamo più di 200 $. La maggior parte del prezzo 
dei carburanti in Italia ed in Europa sono tasse. Ed infatti quando i paesi 
produttori vengono colpevolizzati dai governi occidentali per gli aumenti del 
prezzo del greggio si difendono dicendo non senza ragione: abbassate voi le 
tasse se volete proteggere il consumatore.<br>
E poi chi l’ha detto che, a 70 dollari al barile, il petrolio è caro?<br>
La realtà è che ci siamo abituati a pagare poco risorse preziose come il 
petrolio, il gas ed anche l’acqua, neanche ci appartenessero per diritto divino.
<br>
Certo ai prezzi attuali il petrolio ci sembra caro. Ma se vi venisse in mente di 
comprare un barile di coca-cola o di aranciata lo paghereste più del doppio. <br>
Il paradosso è che ci lamentiamo per i prezzi alti del petrolio, ma continuiamo 
imperterriti a perseguire comportamenti e politiche energetiche assolutamente 
folli.<br>
A rigor di logica, a fronte degli aumenti che si susseguono dal 2001, oggi il 
petrolio costa 4 volte di più che 5 anni fa, il consumatore avrebbe dovuto 
modificare i suoi comportamenti. Anche la politica sarebbe dovuta intervenire 
sulla domanda, scoraggiando sprechi e consumi eccessivi. Su questo terreno, i 
grandi consumatori, Stati Uniti ed Europa in testa, hanno fatto poco o niente.
<br>
Negli Stati Uniti la domanda di petrolio non ha fatto che crescere anno dopo 
anno.<br>
Mode e stili di vita irrazionali hanno spinto all’insù i consumi di benzina. 
Metà dei 17 milioni di automobili vendute negli Stati Uniti ogni anno sono SUV, 
gipponi che percorrono solamente 4 o 5 chilometri con un litro di benzina, 
mostri inefficienti, inutili ed inquinanti.<br>
Anche per questa ragione gli americani sono i più voraci consumatori di petrolio 
al mondo. Ogni americano brucia 26 barili di petrolio all’anno contro i 12 dell’ 
europeo, i 2 del cinese. L’indiano è in coda alla classifica con meno di 1 
barile all’anno.</p>
<p>E se individualmente cinesi ed indiani non possono certo dirsi grandi 
consumatori di petrolio, anche collettivamente consumano poco. Nonostante la 
crescita vertiginosa degli ultimi anni, la Cina rappresenta ancora meno dell’8% 
della domanda petrolifera globale. Anche se continuasse a crescere a questo 
ritmo, il suo impatto sul mercato del petrolio sarebbe contenuto, almeno nel 
medio periodo. <br>
Una politica mondiale delle risorse basata sulla ragione dovrebbe, attraverso 
l’educazione e senza ledere le scelte personali, spingere verso un uso più 
efficiente del petrolio nei paesi industrializzati, piuttosto che colpevolizzare 
la crescita impetuosa dell’economia cinese o i Paesi produttori di petrolio.<br>
Al contrario, con i Paesi del petrolio, giustamente protesi verso uno sviluppo 
economico accelerato, bisogna saper costruire nuove alleanze. Noi abbiamo 
tecnologie, competenze, capacità di gestione. Loro l’energia che muove il mondo. 
Dobbiamo essere capaci di promuovere alleanze intorno allo sviluppo di progetti 
integrati sul loro territorio al servizio dei loro obbiettivi di strategia 
paese. Per noi di Eni, che da sempre, dai tempi di Mattei, sviluppiamo modelli 
di cooperazione innovativi e solidali tutto questo non è una novità.<br>
Ed è anche importante che questo nostro sforzo di cooperazione sia accompagnato 
dall’azione della nostra politica estera. Proprio come stiamo facendo ora per il 
processo di pacificazione in Libano. <br>
E se vogliamo che l’economia globale continui a crescere, migliorando condizioni 
e durata di vita di centinaia di milioni di abitanti del nostro pianeta, finora 
esclusi dalla civiltà del benessere, abbiamo bisogno di energia. Tanta e ad un 
costo sostenibile per tutti, ma soprattutto per quei paesi dell’Asia, 
dell’Africa e dell’America Latina che non hanno petrolio e che, loro si, 
patiscono davvero il barile alle stelle sul cui prezzo tanto pesa il consumo 
irrazionale del cittadino occidentale. </p>
<p>E poi, lo dicevamo prima, le riserve di idrocarburi coprono solo i nostri 
consumi dei prossimi 70 anni. Questo vuol dire che, continuando così, i figli di 
molti di voi, in questa sala, vivranno in un mondo senza petrolio. Per fortuna 
non mancano le risposte della scienza e della tecnologia a questo problema:<br>
le rinnovabili, innanzitutto: eolico, solare, geotermico, biomasse. Con le 
tecnologie attuali, queste fonti rappresentano ancora troppo poco per incidere 
sulle dinamiche del mercato dell’ energia. Ma nei prossimi 30/40 anni, 
continuando ad investire in innovazione, il loro contributo al consumo 
energetico mondiale diventerà significativo.<br>
Ci sono poi i biocarburanti, idrocarburi vegetali prodotti soprattutto da canna 
da zucchero e olio di palma. Nuove tecnologie consentono a grandi paesi 
tropicali come Brasile ed Indonesia di sostituire in quantità crescente con 
questi carburanti vegetali gli idrocarburi fossili. <br>
Dobbiamo soprattutto continuare ad investire sia nella ricerca per produrre 
idrogeno da carbone, sequestrando la CO2, sia in quella per un nucleare a bassa 
produzione di scorie. Carbone ed uranio sono risorse abbondanti nel nostro 
pianeta e potranno realizzare il sogno di fornire energia a basso costo per 
molte generazioni.<br>
Mentre scienza e tecnologia costruiscono il futuro energetico dell’umanità, la 
sfida è prolungare l’era degli idrocarburi fossili. Per farlo dobbiamo investire 
con convinzione sull’unica fonte di energia alternativa che può avere un impatto 
formidabile sul mercato del petrolio: l’uso efficiente e razionale dell’ 
energia.<br>
Voglio farvi un esempio di quanto grande è il potenziale di riduzione dello 
spreco. <br>
Il parco automobilistico americano marcia, in media, 7 km con un litro di 
carburante. Quello europeo, dove qualche cosa si è fatto in tema di efficienza 
dei consumi, percorre in media 13km con un litro. Se, senza divieti limitativi 
delle libertà personali, si convincesse il consumatore americano ad acquistare 
automobili efficienti quanto quelle europee, si risparmierebbero 4 milioni di 
barili di petrolio al giorno e cioè l’intera produzione dell’Iran, il terzo 
esportatore mondiale di petrolio. </p>
<p>Ma perché bisogna accontentarsi di un parco macchine che fa 13 km con un 
litro? Anche l’Europa non è poi così virtuosa. Esistono oggi auto confortevoli 
che fanno più di 20 km con un litro. E allora se tutte le automobili di Europa, 
Stati Uniti, Canada, Australia e Giappone, insomma di tutti i paesi ricchi 
grandi consumatori di petrolio, facessero in media 20 km con un litro, si 
risparmierebbero più di 10 milioni di barili al giorno, cioè tutta la produzione 
del primo produttore al mondo, l’Arabia Saudita e, per inciso, più di tutto il 
consumo di Cina e India messe assieme.<br>
Questo sarebbe un risultato formidabile che sconvolgerebbe il mercato del 
petrolio facendone scendere precipitosamente il prezzo. <br>
Ma questa dei “mostri della strada” che sprecano una risorsa preziosa del nostro 
pianeta è sono solo una delle follie del nostro mondo. Ecco ne un’altra. 
Guardiamo di nuovo al Nord America ed all’uso che lì si fa del riscaldamento e 
del condizionamento. Non ho mai capito perché, negli Stati Uniti, d’inverno le 
case debbano essere surriscaldate e si deve stare in maglietta, mentre, d’estate 
serve il cappotto per sopravvivere in uffici e ristoranti con temperature 
glaciali. Tutto ciò comporta consumi energetici per riscaldamento e 
condizionamento del 30% più elevati di quelli europei.</p>
<p>Pensate. Se il mondo industrializzato avesse un parco auto efficiente e se 
gli americani fossero disposti ad adeguare il loro stile di vita in termini di 
riscaldamento e di condizionamento agli standard Europei, si risparmierebbero 15 
milioni di barili al giorno quasi il 20% del consumo mondiale di petrolio, 
prolungando di almeno 20 anni l’era degli idrocarburi fossili.<br>
L’uso razionale delle risorse del pianeta delle quali non siamo proprietari, ma 
solo custodi, è un percorso ineludibile per la nostra generazione e soprattutto 
per aziende leader come ENI. Lo spreco insito nei comportamenti dei cittadini 
dei Paesi ricchi amplia la distanza tra un Occidente opulento ed il resto del 
mondo. Una divaricazione che non possiamo consentire, per ragioni etiche, ma 
anche per l’instabilità che provoca. Chiudere questo gap è un’opportunità per 
rafforzare i Paesi meno sviluppati e renderli parte dell’economia globale, 
aiutandoli ad evitare gli errori che abbiamo commesso noi nell’uso della risorsa 
energia.<br>
Se prendiamo conoscenza di tutto ciò, e, se sapremo modificare il nostro 
comportamento individuale in modo razionale, arriveremo al tempo in cui il 
petrolio potrà non essere più la fonte energetica primaria perché sarà 
rimpiazzato da altre risorse. E anche le compagnie petrolifere, quelle che 
vedono nel cambiamento un’opportunità per crescere ed innovare, potranno 
soddisfare i fabbisogni energetici del nostro pianeta in modo equilibrato e 
sostenibile continuando a creare valore per i loro azionisti. Su questo terreno, 
Eni vuole essere in prima linea. Lo vogliamo per ragioni di efficacia economica, 
ma anche per la responsabilità che portiamo di fronte a coloro che verranno dopo 
di noi.<br>
Questa è la nostra sfida per il futuro."</p>

<p><strong>Paolo Scaroni, Amministratore Delegato Eni</strong></p>

<a class="dx_frec_arancio" href="http://www.eni.it/eniit/eni/init.do?jump=RID&RID=@2vR36|0?xoidcmWopk&lang=it" title="Vedi il video del discorso di Paolo Scaroni - su www.eni.it">Vedi il video del discorso di Paolo Scaroni - su www.eni.it</a>]]>
  </content>
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  <title>Quanta Energia ci rimane? - Discorso di Paolo Scaroni</title>
  <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.eventi-eni.it/incontri/quanta-energia-ci-rimane-scaroni.php" />
  <id>tag:www.eventi-eni.it,2006:/incontri//7.66</id>
    
  <published>2006-08-14T12:59:58Z</published>
  <updated>2007-01-15T17:07:49Z</updated>
    
  <summary>L’AD di  Eni Paolo Scaroni indica le quattro vie da seguire per garantire all&apos;Italia approvvigionamenti sicuri e prezzi convenienti.</summary>
  <author>
    <name>Eni</name>
    
  </author>
  
  
  <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.eventi-eni.it/incontri/">
    <![CDATA[<p><strong>Cortina Incontra, Cortina d’Ampezzo, 14 agosto 2006.</strong></p>
L’Italia, che lo si voglia o no, va a gas. <br>
L’AD Eni Scaroni indica le quattro vie da seguire per garantire al Paese approvvigionamenti sicuri e prezzi convenienti: costruire i rigassificatori, interconnettere via tubo l’Italia con i Paesi che già dispongono di terminal GNL, diversificare le fonti di approvvigionamento e utilizzare l’energia in modo razionale.]]>
    <![CDATA[<p>"Alcuni elementi di chiarezza sul tema del gas.</p>
<p>L’Italia è stata precursore nell’utilizzo del gas. Enrico Mattei alla ricerca 
di petrolio negli anni 50, trovò in pianura Padana il gas ed ebbe l’intuizione 
di usarlo come “combustibile” per il rilancio del Paese che usciva distrutto dal 
dopoguerra. Creò la rete di trasporto (oggi si chiamerebbe Snam Rete Gas) e di 
distribuzione (oggi sarebbe Italgas) più sviluppata del mondo. Oggi l’Italia 
attraverso Eni dispone di tutte le competenze del settore del gas e consumi tra 
i più alti al mondo: 2 case su 3 sono riscaldate a gas, più di metà dei consumi 
energetici della nostra industria manifatturiera è alimentata a gas e 
soprattutto, unico caso a livello “planetario”, il 60% della nostra energia 
elettrica è prodotta bruciando gas. </p>
<p>Quest’ultima scelta, in particolare, non so quanto sia stata saggia perché ci 
allontana da altri paesi industrializzati che producono elettricità da carbone e 
nucleare, con un mix coerente, efficiente e soprattutto poco costoso.<br>
Ma tant’è, questa scelta è stata fatta investendo negli ultimi dieci anni almeno 
20 miliardi di euro in nuove centrali elettriche a gas. A questo punto siamo di 
fronte ad una scelta obbligata: </p>
<p>1) dobbiamo avere tutto il gas che ci serve,<br>
2) ai prezzi più bassi possibile,<br>
3) con quella sicurezza di approvvigionamento che è indispensabile per un Paese 
che senza gas sta al freddo, arresta le sue fabbriche e soprattutto “spegne la 
luce”. </p>
<p>Con questo background, lo scorso inverno abbiamo assistito con trepidazione 
alle “dispute” politico-commerciali tra Russia e Ucraina e assistiamo oggi con 
preoccupazione all’accordo-saldatura tra i nostri due grandi fornitori di gas, 
la russa Gazprom e l’algerina Sonatrach, che insieme contribuiscono a più del 
70% delle nostre forniture di gas.<br>
E quindi? </p>
<p>1) Costruire rigassificatori in Italia che dispongano di gas liquido (GNL) 
proveniente da paesi remoti non collegati via tubo e costituiscano 
un’alternativa/concorrenza ai due grandi fornitori. Solo in questo modo si può 
creare un contesto concorrenziale: e questa sì che è la vera liberalizzazione, 
con effetti sui consumatori. </p>
<p>2) Interconnettere l’Italia via tubo con quei paesi che stanno realizzando o 
hanno già i rigassificatori come Spagna, Francia, Belgio, assicurando la 
sicurezza di approvvigionamento a livello europeo. </p>
<p>3) Dobbiamo diversificare le nostre fonti di approvvigionamento soprattutto 
per la produzione di energia elettrica usando più carbone pulito e forse anche 
riaprendo il tema del nucleare come stanno facendo in molti paesi (Finlandia, 
UK, USA). Per inciso, mentre stiamo parlando sono in costruzione 29 centrali 
nucleari nel mondo. </p>
<p>4) Una grande campagna di risparmio energetico e di utilizzo di fonti 
alternative rinnovabili a buon mercato. Su questo terreno si può fare 
moltissimo. Sono convinto che si possano ridurre o rimpiazzare i nostri consumi 
fino al 20% con effetti benefici sulla sicurezza degli approvvigionamenti, sul 
nostro portafoglio e sull’ambiente che ci circonda."</p>

<p><strong>Paolo Scaroni, Amministratore Delegato Eni</strong></p>

<a class="dx_frec_arancio" href="http://www.eni.it/eniit/eni/init.do?jump=RID&RID=@2vG7z|0?xoidcmWopk&lang=it" title="Vedi il video del discorso di Paolo Scaroni - su www.eni.it">Vedi il video del discorso di Paolo Scaroni - su www.eni.it</a>]]>
  </content>
</entry>
<entry>
  <title>La Governance dell’energia - Discorso di Paolo Scaroni</title>
  <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.eventi-eni.it/incontri/la-governance-della-energia-scaroni.php" />
  <id>tag:www.eventi-eni.it,2006:/incontri//7.65</id>
    
  <published>2006-08-08T12:46:31Z</published>
  <updated>2006-12-13T14:05:43Z</updated>
    
  <summary>Paolo Scaroni, AD Eni, sottolinea la necessità di una nuova strategia rispetto alle sfide poste dal comportamento dei Paesi fornitori di gas attraverso le grandi società oligopolistiche pubbliche.</summary>
  <author>
    <name>Eni</name>
    
  </author>
  
  
  <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.eventi-eni.it/incontri/">
    <![CDATA[<p><strong>Aspen Institute, Roma, 8 luglio 2006</strong></p>
I processi di liberalizzazione del mercato del gas sui quali l'Europa e l'Italia hanno concentrato i propri sforzi negli ultimi 8 anni ''si rivelano inefficaci''. <br>
Ad esserne convinto è l'AD Eni Paolo Scaroni, che sottolinea la necessità di una nuova strategia rispetto alle sfide poste dal comportamento dei Paesi fornitori di gas attraverso le grandi società oligopolistiche pubbliche.]]>
    <![CDATA[<p>"Vorrei parlarvi oggi di un argomento che è diventato uno dei più importanti 
temi di governance globale dei nostri tempi: l’approvvigionamento energetico 
mondiale. Non c’è dubbio che al top dell’agenda degli incontri dei leader di 
tutto il mondo ci sia in questo momento il tema della governance dell’energia, 
del petrolio che ha raggiunto prezzi impensabili fino a qualche anno fa, ma 
soprattutto del gas naturale il cui mercato, più di ogni altro mette in 
evidenza, tutti insieme temi economici, politici, ed addirittura strategico 
militari.
<p>Non è un caso che l’energia sia il tema principe del vertice G8 di San 
Pietroburgo della prossima settimana.<br>
E poi, le tematiche dell’approvvigionamento energetico non appassionano più 
soltanto gli addetti ai lavori, ma hanno assunto grande visibilità per 
l’opinione pubblica: il consumatore europeo ha appreso, l’inverno scorso, che la 
crisi politico economica tra Russia e Ucraina, che trae origine dalla 
disgregazione dell’Unione Sovietica, può avere un effetto immediato sulla sua 
vita di tutti i giorni. </p>
<p>Il gas, è diventato un combustibile “pregiato” per le sue qualità ambientali 
e per le ampie possibilità di utilizzo: dall’industria al settore 
termoelettrico, agli usi civili, alla chimica, all’autotrazione, ma questa 
fortuna è un fatto recente. Ai tempi di Mattei, la scoperta di gas era vissuta 
come una iattura più che come un successo perché il gas era considerato un 
sottoprodotto del petrolio, buono quasi soltanto per essere bruciato ai pozzi.
<br>
Da allora, nell’arco di cinquant’anni, il peso e il valore del gas fra le fonti 
di energia primaria sono cresciuti dapprima nei settori civile e industriale, 
dove il gas ha progressivamente rimpiazzato il gasolio e l’olio combustibile e 
poi, in anni più recenti con l’utilizzo massiccio nella generazione elettrica.
</p>
<p>L’impiego del gas in centrali elettriche a ciclo combinato ha rappresentato 
un vero breakthrough tecnologico: il rendimento elevatissimo di queste centrali 
accoppiato all’efficienza ambientale ha rappresentato il volano della crescita 
dell’impiego del gas nel settore elettrico. Questa scelta di elettricità da gas 
è stata un fenomeno globale: pensate che negli Stati Uniti fra il 1998 e il 2005 
le centrali a gas hanno rappresentato il 95% del totale della nuova capacità 
termoelettrica. E in Europa le centrali a gas hanno rappresentano il 75% della 
nuova capacità termoelettrica costruita negli ultimi 10 anni. </p>
<p>In un contesto di disponibilità pressoché illimitata di gas a prezzi bassi 
l’impiego massiccio del gas nella generazione elettrica è stata per paesi come 
l’Italia una scelta logica. Non so se sia stata una scelta anche saggia ma, in 
un contesto di rifiuto del nucleare e di diffidenza verso il carbone, lo 
sviluppo della capacità a gas è stata forse una scelta obbligata. Oggi l’Italia, 
unico paese al mondo che produce da gas il 60% della sua elettricità, deve 
affrontare un contesto di mercato radicalmente cambiato. </p>
<p>Infatti, mentre il consumo del gas cresce a tassi mai visti prima, l’offerta 
non ha una dinamica altrettanto vivace. </p>
<p>Dal 2003, l’abbondanza di gas di un tempo e i bassi prezzi si sono 
trasformati in scarsità relativa e prezzi stellari. Vi faccio un esempio: il 
prezzo al National Balancing Point per mille metri cubi di gas nel 1998 si 
aggirava intorno ai 60 euro. Per la stessa quantità, nel 2000 il prezzo era 
mediamente di 100 euro, nel dicembre 2005 il prezzo medio è stato di 465 euro. 
Con la fine della stagione fredda, i prezzi sono tornati intorno ai 180 euro, ma 
il future a gennaio 2007 è risalito al prezzo stratosferico di 500 euro per 
mille metri cubi. </p>
<p>Soltanto di recente i legislatori nazionali e sovranazionali hanno iniziato a 
ripensare le scelte di politica energetica fin qui compiute, per adeguarle a un 
contesto di scarsità di gas. Gli Stati Uniti, per esempio, hanno saputo 
rispondere con prontezza all’emergenza varando - già con l’Energy Bill 
dell’estate 2005, incentivi alla generazione elettrica non alimentata a gas (a 
carbone, nucleare e da fonti rinnovabili) e di promozione dell’efficienza 
energetica. </p>
<p>Anche l’Europa deve porsi il problema politico della sicurezza degli 
approvvigionamenti, tanto più che si delinea in modo sempre più netto uno 
scenario di aspra competizione fra paesi consumatori per accaparrarsi i futuri 
approvvigionamenti di gas. </p>
<p>Con la convergenza dei mercati regionali del gas verso un unico mercato 
globale del GNL, infatti, si sta scatenando una competizione per le forniture: 
chi avrà disponibilità di gas liquido, la indirizzerà verso il mercato disposto 
a pagare meglio. E i paesi europei saranno nella scomoda condizione di paesi 
compratori in un mercato del venditore. </p>
<p>Lanciamo uno sguardo allo scenario che abbiamo di fronte a noi per il mercato 
del gas in Europa ed in Italia.<br>
Iniziamo dal fabbisogno europeo. Nel caso di ulteriore forte crescita della 
domanda, sostenuta da politiche energetiche e ambientali che scoraggiano carbone 
e nucleare e tenendo conto del declino delle produzioni interne avremo un 
fabbisogno incrementale al 2012 di circa 200/220 mld mc.<br>
</p>
<p>Si tratta di volumi enormi e la domanda cruciale che dobbiamo farci è: Dove 
troveremo tutto questo gas?<br>
</p>
<p>Una parte di questa domanda incrementale potrà essere soddisfatta tramite 
importazioni via tubo, circa 90 mld mc. Questo vuol dire che gran parte dei 
nuovi approvvigionamenti dovrà arrivare in Europa via GNL. <br>
Anche ammettendo che in Europa riuscissimo a costruire la capacità di 
rigassificazione necessaria (circa 12 rigassificatori), per ricevere il GNL 
resta il problema della disponibilità del gas e della capacità di liquefazione. 
Questo è il vero collo di bottiglia della catena GNL. Per soddisfare il 
fabbisogno europeo di GNL al 2012 - circa 110-130 mld mc - dovremmo riuscire a 
contrattare per l’Europa tutta la capacità di liquefazione mondiale (esistente e 
potenziale) ancora libera. Ma una volta che l’Europa riuscisse ad accaparrarsi 
tutta la capacità di liquefazione disponibile, chi alimenterebbe la crescita dei 
consumi della Corea, di Taiwan, del Giappone, degli Stati Uniti e anche di Cina 
e India?<br>
Anche l’Italia è parte del problema europeo con l’aggravante di usare il gas più 
di tutti. </p>
<p>La domanda italiana di gas al 2012 sarà di circa 15 mld mc più alta di quella 
attuale <br>
A fronte di questa crescita dei consumi, Eni già ben prima del 2012 avrà 
realizzato i potenziamenti del TAG e del TTPC per 13 mld mc all’anno di nuova 
capacità di importazione destinata a operatori terzi, cui si aggiungono 4 mld 
mc/a di incremento di capacità sul TAG - già programmati da anni. Inoltre, al 
2012 dal Greenstream libico opportunamente potenziato arriverà una capacità di 
trasporto aggiuntiva di circa 6 mld mc all’anno.<br>
A questi 23 mld di mc di capacità di trasporto aggiuntiva via tubo bisogna 
aggiungere il GNL che arriverà al terminale di Rovigo dalla Exxon e di un 
possibile nuovo terminale che mi auguro sia di ENI, per una capacità di 
importazione complessiva di ulteriori 16 mld mc/a.<br>
In sintesi, al 2012 avremo una capacità di importazione incrementale rispetto al 
2005 di circa 40 mld mc all’anno, a fronte di un incremento di domanda di 15 mld 
mc al 2012. </p>
<p>Tutto bene dunque? Abbiamo risolto i nostri problemi di approvvigionamento 
del gas? Non proprio. <br>
Nessuno ci garantisce che Gazprom e Sonatrach vorranno continuare ad accrescere 
il livello di fornitura del loro gas all’Italia e non ambiscano piuttosto a 
conquistare mercati con prospettive di crescita più sostenuta, per diversificare 
i loro mercati di sbocco e impadronirsi di spazi e margini maggiori. </p>
<p>Tutti i segnali che riceviamo dal mercato ci indicano che i nostri fornitori 
oligopolisti non vogliano aumentare i volumi del gas venduto al nostro paese ma 
mirino piuttosto ad accrescerne il valore con prezzi più alti e l’accesso 
diretto al mercato finale fino possibilmente a staccare la bolletta ai nostri 
concittadini. </p>
<p>E di fronte a questo scenario i processi di liberalizzazione sui quali 
l’Europa e l’Italia hanno concentrato sforzi ed energie negli ultimi 8 anni si 
rivelano inefficaci. Ci vuole una nuova strategia rispetto alle nuove sfide 
poste dal comportamento dei nostri fornitori, grandi società oligopolistiche 
pubbliche. <br>
</p>
<p>Non posso a questo punto non fare un accenno al prezzo del gas in Italia per 
sfatare un mito duro a morire: si dice in molte sedi - anche istituzionali - che 
il prezzo del gas nel nostro paese sarebbe fra i più alti in Europa. <br>
Vorrei ristabilire la verità: il prezzo italiano del gas per il settore civile 
al netto delle tasse è il più basso fra i principali paesi europei importatori: 
Francia, Germania e Spagna. <br>
Per quanto riguarda il settore industriale, il prezzo pagato dai clienti 
italiani è il più basso fra i paesi importatori per la piccola industria, e 
comunque inferiore alla media per la media industria. Soltanto la grande 
industria può legittimamente esprimere qualche lamentela. </p>
<p>Ciò detto, e mi scuserete sull’inciso sul prezzo del gas in Italia ma il tema 
mi sta davvero a cuore, voglio tirare qualche conclusione su come l’Europa e 
l’Italia possono affrontare un futuro nel quale di gas ce ne sarà poco, ci sarà 
molta concorrenza tra paesi e continenti per gli approvvigionamenti, sarà quindi 
costoso e rimarrà nelle mani di grandi società controllate da governi le quali, 
nella migliore delle ipotesi cercheranno, a nostre spese, di massimizzare il 
valore di questo combustibile che è divenuto essenziale per la nostra vita. </p>
<p>La soluzione del problema della sicurezza degli approvvigionamenti non è cosa 
né immediata né semplice. Ma ci sono 4 cose che possiamo fare da subito: </p>
<ul>
	<li>Occorre realizzare le infrastrutture GNL e di stoccaggio, come 
	presupposto per migliorare la sicurezza e la flessibilità del sistema di 
	approvvigionamento del gas in Europea ed in Italia moltiplicando il numero 
	dei fornitori. </li>
	<li>Bisogna interconnettere i singoli mercati nazionali in modo da 
	permettere il convogliamento di volumi là dove si creino deficit di offerta.</li>
	<li>Accanto agli interventi per l’incremento dell’offerta, occorre governare 
	anche la domanda, incentivando la diversificazione delle fonti e 
	l’efficienza nell’uso dell’energia, sulla linea di quanto stanno facendo gli 
	Stati Uniti.</li>
	<li>Infine, occorre contemperare le esigenze di tutela ambientale con quelle 
	di sicurezza energetica, poiché, inevitabilmente, questi due vincoli sono 
	interdipendenti. È evidente che penalizzare il carbone o il nucleare in uno 
	scenario di scarsità di gas amplifica in modo drammatico il problema. "</li>
</ul>
<p><strong>Paolo Scaroni, CEO, Eni</strong></p>]]>
  </content>
</entry>
<entry>
  <title>Insegnamento e attualità di Enrico Mattei nel futuro dell&apos;Eni</title>
  <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.eventi-eni.it/incontri/lezione-paolo-scaroni-universita-bologna.php" />
  <id>tag:www.eventi-eni.it,2006:/incontri//7.128</id>
    
  <published>2006-05-16T08:44:13Z</published>
  <updated>2007-02-05T08:58:14Z</updated>
    
  <summary>16 maggio 2006 ore 9.00 Facoltà di Economia, corso di Economia Industriale Università di Bologna Alla Facoltà di Economia di Bologna il corso di Economia Industriale, diretto dal professor Alberto Clò, si è concluso con una lezione di Paolo Scaroni...</summary>
  <author>
    <name>Eni</name>
    
  </author>
  
  
  <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.eventi-eni.it/incontri/">
    <![CDATA[<strong>16 maggio 2006 ore 9.00<br />
Facoltà di Economia,<br />
corso di Economia Industriale<br />
Università di Bologna<br /></strong>
<p>Alla
<a href="http://www.economia.unibo.it/Economia+Bologna/default.htm">
Facoltà di Economia di Bologna</a> il corso di Economia Industriale, diretto dal 
professor Alberto Clò, si è concluso con una lezione di Paolo 
Scaroni sul tema &quot;Insegnamento e attualità di Enrico Mattei nel futuro 
dell'Eni&quot;.</p>
<p>Al centro dell'intervento dell'Amministratore Delegato 
Eni l'analisi su come le scelte e le intuizioni di Mattei hanno portato a 
disegnare la Compagnia come è oggi, sulla scena interna e internazionale e in che modo 
possano rappresentare un valido supporto per tracciare le linee di sviluppo per 
il futuro.</p>
<p>In tutta evidenza, le intuizioni del fondatore dell' Eni 
si sono dimostrate lungimiranti. Di due merita, in particolare, trattare, per 
l'importanza storica che ebbero e la loro straordinaria attualità e modernità.</p>]]>
    <![CDATA[<p>La prima fu la strategia del metano: puntare al suo 
sfruttamento, trasporto, impiego estensivo nell'industria e nelle case. Una 
strategia che allora le grandi compagnie petrolifere esecravano e quasi 
deridevano. Se Enrico Mattei non si fosse battuto - contro tutti - per poter 
sfruttare i giacimenti di metano che aveva ritrovato in Italia; costruire in 
modo capillare reti di metanodotti per distribuirlo a imprese e famiglie; 
costruirvi a valle un'industria chimica per trasformarlo in fertilizzanti ed 
altri derivati; disegnare e avviare progetti di importazione a grandissime 
distanze (Algeria, Olanda, Russia), oggi l'Italia sarebbe letteralmente fuori dall'industria del metano o ne disporrebbe in misura marginale.</p>
<p>La storia del metano in Italia è la storia dell'Eni. Una 
storia di assoluta avanguardia e di successo mondiale, da tutti invidiata, da 
noi oggi paradossalmente esecrata.</p>
<p>L'altra grande intuizione di Enrico Mattei fu la 
strategia, industriale e politica insieme, che avviò con i Paesi produttori. 
Strategia che ha rivoluzionato il mondo del petrolio, consolidando 
quell'ineludibile processo di loro affrancamento dalle potenze coloniali e dalle 
grandi compagnie petrolifere, che ne erano espressione e strumento, che sarebbe 
andato a pieno compimento con le due grandi Crisi degli anni Settanta.</p>
<p>L'attualità di quel disegno non sta tanto nel fatto che 
le intese che Mattei delineò sarebbero divenute termine di riferimento delle 
nuove relazioni contrattuali con i Paesi produttori, soppiantando l'&quot;odiato&quot; 
strumento delle concessioni, ma soprattutto nel fatto che dalla difficile crisi 
che oggi attraversa i mercati del petrolio e del metano se ne esce solo 
rilanciando su </p>
<p>basi nuove la cooperazione tra Paesi produttori e Paesi 
consumatori. Attualizzando, in altri termini, il disegno strategico che fu di 
Enrico Mattei.</p>
<p>Il
<a  href="http://www.economia.unibo.it/Economia+Bologna/Didattica/Insegnamenti/dettaglio.htm?AnnoAccademico=2004&IdComponenteAF=31932&CodDocente=033311&CodMateria=46775">
Corso di Economia Industriale</a>, iniziato nel marzo scorso, è diviso in due 
parti. Nella prima, più istituzionale, il professor Clò si è occupato 
dell'analisi storica dell'economia delle imprese, con particolare attenzione ai 
processi di liberalizzazione e alle privatizzazioni. La seconda parte del Corso 
è stata dedicata invece all'economia e alla politica del petrolio. Nell'ambito 
del programma didattico il docente ha ritenuto di dedicare quattro lezioni 
centrate sulla figura e le azioni di Enrico Mattei, di cui ricorre il centenario 
della nascita. </p>
<p>La maggioranza degli studenti aveva poche nozioni sul 
fondatore dell'Eni ma l'interesse su un personaggio così rilevante nel sistema 
delle imprese italiano è stato molto forte. Altre due lezioni si sono tenute 
presso il cinema Lumière. Nella prima il direttore della Cineteca di Bologna, 
Gianluca Farinelli, ha tenuto una lezione sul linguaggio filmico del&nbsp; &quot;Caso 
Mattei&quot; di Francesco Rosi. </p>
<p>Il 3 maggio scorso, infine, il Direttore di Rai 
Educational, Giovanni Minoli, ha approfondito ulteriormente il personaggio 
Mattei avvalendosi anche della proiezioni di documenti filmati e televisivi 
utilizzati nell'ambito dei suoi programmi storici in Rai.</p>
<a class="dx_frec_arancio" href="http://www.eni.it/cultura-energia/ita/video/web_tv_archivio_incontri.htm" title="Vedi i video dell'intervista e della lezione di Paolo Scaroni all'Università di Bologna">Vedi i video dell'intervista e della lezione di Paolo Scaroni all'Università di Bologna - su Speciale Centenario Enrico Mattei</a>]]>
  </content>
</entry>
<entry>
  <title>Accesso all’Energia – ai Mercati, alla Tecnologia e ai Capitali - Discorso di Paolo Scaroni</title>
  <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.eventi-eni.it/incontri/forum-internazionale-doha-discorso-paolo-scaroni.php" />
  <id>tag:www.eventi-eni.it,2006:/incontri//7.67</id>
    
  <published>2006-04-22T13:34:42Z</published>
  <updated>2006-12-13T14:07:16Z</updated>
    
  <summary>Paolo Scaroni, AD Eni, suggerisce la “terza via” all’industria petrolifera, sulla scia dell’insegnamento di Enrico Mattei.</summary>
  <author>
    <name>Eni</name>
    
  </author>
  
  
  <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.eventi-eni.it/incontri/">
    <![CDATA[<p><strong>2° Forum Internazionale delle Compagnie Energetiche, Doha, 22 aprile 2006</strong></p>
Un nuovo approccio strategico nei confronti dei Paesi produttori, un tavolo di cooperazione dove le grandi compagnie internazionali possono mettere a disposizione delle compagnie nazionali la tecnologia necessaria ad affrontare congiuntamente i progetti più complessi. <br>
E’ la “terza via” che l’AD Eni Paolo Scaroni suggerisce di intraprendere all’industria petrolifera, sulla scia dell’insegnamento di Enrico Mattei.

]]>
    <![CDATA[<p>"Buongiorno Vostre Eccellenze, Onorevoli Ministri, Illustri Delegati, Signore 
e Signori. </p>
<p>Innanzitutto, vorrei ringraziare gli organizzatori di questo importante 
evento, per avermi invitato a rivolgermi a un pubblico così straordinario, sui 
temi dell’ “accesso alle fonti di energia”, argomento all’ordine del giorno a 
livello internazionale. </p>
<p>In qualità di Amministratore Delegato di una delle principali compagnie 
petrolifere e del gas, so bene che un tema del genere non può essere affrontato 
in maniera “semplicistica”. <p>
<p>Pertanto, vorrei focalizzarmi sui due temi che sono 
i punti centrali del dibattito odierno: </p>
<ul>
	<li>Primo, il posizionamento strategico delle Compagnie Petrolifere 
	Internazionali (IOC), i loro punti di forza e di debolezza, e gli elementi 
	che esse sono in grado di offrire per soddisfare le aspettative dei maggiori 
	Paesi produttori di petrolio. </li>
	<li>Secondo, le ragioni per cui i maggiori Paesi produttori di petrolio, e 
	le loro Compagnie Petrolifere Nazionali (NOC), possano avere interessi a 
	collaborare con le majors petrolifere. </li>
</ul>
<p>Infine concluderò il mio discorso parlando della mia Compagnia, - l’Eni – con 
particolare riferimento a ciò che intendiamo fare per costruire una nuova 
alleanza strategica con i Paesi produttori. </p>
<p>Iniziamo con il primo argomento: il posizionamento strategico delle Compagnie 
Petrolifere Internazionali. </p>
<p>Tutti noi sappiamo che la difficoltà maggiore che oggi incontrano le IOC è la 
sostituzione delle riserve di petrolio e di gas naturale. Le IOC hanno accesso e 
controllano meno del 10% delle riserve globali di petrolio, e meno del 30% delle 
riserve di gas a livello mondiale. </p>
<p>Inoltre, dobbiamo tenere presente che le IOC non hanno solamente un accesso 
limitato alle nuove riserve, ma che questo rappresenta un ostacolo sempre 
maggiore, sia dal punto di vista dei costi, sia da quello tecnologico; in 
particolare, per quanto riguarda le nuove frontiere degli idrocarburi di tipo 
convenzionale (come le aree di estrazione situate al largo, in profondità 
notevoli) e del petrolio “non convenzionale”. </p>
<p>Molte IOC vivono oggi il singolare paradosso dell’abbondanza. Hanno molta 
disponibilità economica, ma le loro opportunità di reinvestire a monte, 
nell’ambito del business del petrolio, sono decisamente limitate. Allo stesso 
tempo, le possibilità di investimento sono limitate anche negli altri segmenti 
del loro modello di business. Investire nella raffinazione, nel petrolchimico, o 
nello sviluppo del gas naturale, è spesso una strada difficile da percorrere sia 
per i vincoli ambientali, sia per la sindrome del “Non-nel-mio-cortile” 
(not-in-my-backyard), e per l’ipernormativismo che domina sulla maggior parte 
dei Paesi industriali.</p>
<p>Sebbene in via di diminuzione – il vantaggio principale delle majors, dal 
punto di vista competitivo, è la loro capacità di elaborare e gestire progetti 
molto complessi, che abbracciano l’intera catena del business dell’energia – in 
ogni suo aspetto, dall’upstream, al midstream, fino al downstream – che presenta 
vere e proprie sfide dal punto di vista concettuale, tecnologico, 
ingegneristico, manageriale e finanziario. </p>
<p>Le IOC vantano competenze uniche in ciascuno di questi segmenti. Mi 
riferisco, ad esempio, alle tecnologie che stiamo sviluppando per produrre, in 
maniera proficua e commerciabile, il petrolio pesante e quello non convenzionale 
– che spesso rappresentano un grosso problema per diversi Paesi produttori - 
oppure per ottenere petrolio e gas da aree di estrazione in acque profonde in 
tutto il mondo. </p>
<p>In altre parole, le Compagnie Petrolifere Internazionali detengono abilità 
ineguagliabili per far fronte a ciò che definisco “petrolio difficile” e “gas 
difficile”. Poiché non hanno accesso diretto alle maggiori riserve mondiali di 
petrolio e gas, si stanno focalizzando su queste prospettive – grazie anche ad 
uno scenario, come quello attuale, in cui il costo del petrolio è così elevato 
da rendere vantaggioso ciò che fino a ieri non lo era.</p>
<p>Ma adesso analizziamo in che modo queste particolari competenze possano 
soddisfare i bisogni dei maggiori Paesi produttori. O meglio – e questo è il 
secondo argomento del mio discorso – perché i maggiori Paesi produttori 
dovrebbero essere interessati a tenere conto delle competenze specifiche delle 
IOC </p>
<p>Ancora oggi la tecnologia, i capitali e le abilità manageriali delle 
Compagnie Petrolifere Internazionali hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo 
della maggior parte dei territori mondiali che dispongono di petrolio e gas. Se 
queste regioni venissero private di questo sostegno, si ritroverebbero 
completamente al di fuori del mercato del petrolio, costrette a rinviare a tempo 
indeterminato il loro emergere come Paesi produttori di petrolio e gas. Mi 
riferisco in particolare all’intero continente africano, al bacino del Caspio, e 
anche alle zone petrolifere meno convenzionali del Canada e a tutte le aree di 
estrazione in acque profonde. </p>
<p>Tuttavia, molti produttori e le loro relative Compagnie Petrolifere Nazionali 
(NOC), sono oggi in grado di occuparsi sia dell’esplorazione, sia dei programmi 
di sviluppo relativi al petrolio e al gas, anche avvalendosi di figure di 
esperti esterni che possano fornire il supporto per far fronte alle operazioni 
più complesse. Questo è vero in particolare dell’area del Golfo in cui ci 
troviamo, ma anche di altri territori mondiali. </p>
<p>La maggior parte dei Paesi a cui mi riferisco, possiedono grandi riserve di 
gas e di petrolio – e in maniera piuttosto logica – pensano di potere andare 
avanti autonomamente, contando solo sulle proprie forze. Quest’atteggiamento 
potrebbe risultare fuorviante, se consideriamo una visione più ampia e 
sostenibile dello sviluppo energetico ed economico. </p>
<p>In primo luogo le complessità e le sfide tecnologiche dei maggiori progetti 
nel settore dell’energia richiedono capacità particolari che, in questo momento, 
sono state sviluppate solamente da un limitato gruppo di Compagnie Petrolifere 
Internazionali. Mi riferisco – ad esempio – alle tecnologie e al know-how per 
l’estrazione di petrolio e gas da giacimenti di notevole profondità e per la 
gestione dei più grandi giacimenti, e alle tecnologie richieste per raffinare 
gli oli pesanti e altamente solforati allo scopo di ottenere distillati medi e 
leggeri che possano soddisfare elevati standard qualitativi per l’ambiente. </p>
<p>Oltre a ciò, tuttavia, la maggior parte dei produttori stanno entrando in una 
nuova fase del loro sviluppo che richiede un approccio più ampio rispetto al 
loro tradizionale modello di business, che si basava sull’esportazione di 
idrocarburi. </p>
<p>In particolare hanno bisogno di: </p>
<ul>
	<li>sviluppare efficientemente i diversi idrocarburi in loro possesso, 
	sfruttando petrolio e gas naturale, per un loro utilizzo finale più adeguato 
	e proficuo. </li>
	<li>individuare un mercato per le loro risorse meno pregiate – come il 
	petrolio pesante e ultrapesante. </li>
	<li>sviluppare sistemi energetici domestici integrati per alimentare la 
	propria crescita economica. Ciò implica non solo destinare parte delle loro 
	risorse minerarie al consumo interno, ma anche potenziare o costruire 
	raffinerie, impianti petrolchimici, centrali elettriche, impianti di 
	desalinazione e così via; </li>
	<li>offrire anche prodotti finiti ai mercati internazionali, e non soltanto 
	materie prime. </li>
	<li>E infine creare posti di lavoro, legati a tutte queste attività per i 
	loro cittadini giovani</li>
</ul>
<p>Tutte queste necessità offrono una piattaforma comune che potrebbe 
armonizzare le rispettive aspettative delle IOC e delle NOC. In particolare, se 
mettiamo da parte i nostri rispettivi obiettivi a breve termine, e pensiamo in 
termini di sviluppo sul lungo periodo, partendo dalle necessità di un Paese 
specifico, potremmo prevedere molte soluzioni vantaggiose per tutti.</p>
<p>Questa è la logica che ispira il nuovo approccio strategico che ENI intende 
proporre ai maggiori Paesi produttori – particolarmente qui nel Golfo. Ed ecco 
in cosa consiste.</p>
<p>Prima di tutto, vogliamo sederci attorno a un tavolo, fianco a fianco, con i 
maggiori Paesi produttori e con le loro Compagnie Petrolifere Nazionali , per 
comprendere quali siano le loro necessità e come intendano articolare il loro 
futuro energetico. In breve, vogliamo capire quali siano i loro obiettivi 
strategici e come possiamo aiutarli a realizzarli – invece di considerare 
semplicemente i nostri obiettivi, come generalmente fanno le Compagnie 
Petrolifere Internazionali. </p>
<p>Ecco perché ora siamo pronti a promuovere nuove alleanze strategiche con 
tutti i produttori, basate sullo sviluppo congiunto di progetti integrati nei 
loro stessi territori, al servizio dei loro traguardi energetici e del loro 
sviluppo economico. Questi progetti dovrebbero essere fondamentali per la 
strategia dei Paesi produttori, in quanto possono effettivamente contribuire a:
</p>
<ul>
	<li>sviluppare il loro settore energetico, in linea con il loro assetto 
	produttivo e con le necessità delle loro popolazioni; </li>
	<li>garantire un’efficace condivisione del know-how tecnologico e della 
	gestione di progetti complessi; </li>
	<li>assicurare alle popolazioni locali quantità di manodopera qualificata.</li>
</ul>
<p>Nel downstream, questi piani integrati potrebbero includere progetti per 
grandi raffinerie e stabilimenti petrolchimici, impianti per la liquefazione dei 
gas e la rigassificazione, e progetti per la produzione di energia, associati, 
infine, a impianti di desalinazione dell’acqua.</p>
<p>Nell’upstream, le aree di cooperazione potrebbero includere il recupero di 
volumi addizionali di petrolio e di gas dai bacini più vecchi, l’implementazione 
di tecniche sofisticate per la gestione dei giacimenti e l’esplorazione e la 
valorizzazione di nuovi giacimenti di idrocarburi in condizioni geologiche ed 
ambientali difficili.</p>
<p>In breve, noi non stiamo chiedendo ai produttori semplicemente di aprire le 
porte delle loro riserve alle Compagnie Petrolifere Internazionali, in quanto 
ciò sarebbe inutile. Li stiamo piuttosto invitando a considerare le proprie 
riserve in una più ampia prospettiva. Per Eni, tale prospettiva significa 
tornare alle origini della Compagnia, al modello di cooperazione immaginato e 
perseguito dal suo stesso fondatore, Enrico Mattei. Egli fu il primo, tra i 
petrolieri occidentali, a comprendere che le necessità dei Paesi produttori 
dovevano avere la priorità. </p>
<p>Grazie per la vostra attenzione. "</p>

<p><strong>Paolo Scaroni, Amministratore Delegato Eni</strong></p>]]>
  </content>
</entry>

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